XXVII edizione 2011




Estratto da “La Rivista di Bergamo” di luglio - agosto - settembre 2004
articolo di Mimma Forlani e Alberto Pesenti Palvis
Il Premio Nazionale di Narrativa Bergamo celebra i
suoi vent’anni
UNA STORIA DI LIBRI E DI LETTORI


Le premesse

La Bergamo dei primi anni ’80, coinvolta nella prosecuzione di importanti esperienze in vari settori delle arti figurative e della musica, mancava di un’iniziativa di analogo respiro in campo letterario; almeno se si prescindeva da tutto quanto il premio legato a San Pellegrino, più volte interrotto e ripreso negli anni, aveva rappresentato per la poesia italiana. A dispetto delle rispettive specializzazioni, due personaggi come Gianandrea Gavazzeni e Sandro Angelini, già avanti negli anni, continuavano probabilmente a incarnare il punto di riferimento più autorevole di cui la città disponesse in termini di cultura, anche letteraria. Considerata però la presenza di un non trascurabile pubblico di frequentatori di librerie, la nascita di un nuovo premio letterario, con seguito e dotazione adeguati, avrebbe avuto buone prospettive di colmare questa storica lacuna e di raggiungere una serie di desiderabili obiettivi: portare alla conoscenza del pubblico gli autori via via emergenti nel panorama nazionale, proporre delle novità dal punto di vista stilistico e narrativo, mettere in rapporto il mondo dei critici di professione con quello dei lettori appassionati ma “comuni”, favorire l’incontro con i lettori bergamaschi di autori provenienti da tutta Italia.

Se non si tiene conto di un significativo antecedente – il premio legato alla rivista “Il caffè” di Giambattista Vicari, che visse per una sola edizione nella primavera del 1966 incoronando “Hilarotragoedia” di Giorgio Manganelli – si può dire che l’avventura del premio Bergamo abbia avuto inizio esattamente vent’anni fa. E’ il momento in cui la Confesercenti di Bergamo, associazione di categoria dei commercianti, si assume l’impegno di organizzare la locale “Fiera del libro”, nata nel 1959 e seguita fino ad allora dall’altra associazione di categoria, la Confcommercio. È a Claudio Re, segretario provinciale dell’associazione, che Lucio Klobas– scrittore istriano residente a Bergamo – e Sandro Seghezzi, noto libraio, presentano il progetto di dare vita ad un Premio Nazionale di Narrativa che porti il nome della città. Prima che alla Confesercenti, Klobas e Seghezzi avevano già bussato ad altre porte, ma senza successo. L’idea piace invece a Claudio Re, che assicura l’aiuto economico ed organizzativo dell’associazione: il nascente premio sarebbe dovuto diventare il “fiore all’occhiello” della rinnovata Fiera del libro. Viene stabilito il montepremi: agli autori delle cinque opere selezionate ogni anno da un comitato di esperti verrà consegnato un assegno di un milione di lire, che salgono a cinque per il vincitore finale; cifre rimaste immutate fino ad oggi, solo convertite in Euro.

Si trattava poi di formare una “giuria tecnica” la più prestigiosa e indipendente possibile. Viene subito coinvolto Giuseppe Pontiggia, già autore di romanzi come “Il giocatore invisibile” (1978) e ”Il raggio d’ombra” (1983), legato da amicizia a Lucio Klobas e affezionato alla città dove aveva svolto buona parte del servizio militare. Sempre per interessamento di Klobas, della giuria selezionatrice entrano a far parte anche il poeta, nonché critico e storico della lingua, Alfredo Giuliani e Giorgio Manganelli, intellettuale raffinato e stravagante, che accetta l’incarico ma solo per tre anni. La prima bozza del regolamento si deve proprio a Manganelli, molto interessato a diffondere romanzi – soprattutto opere prime – di giovani scrittori ancora pressoché sconosciuti. È lui che fra l’altro insiste perché venga scritto che “i cinque romanzi finalisti sono tutti dei vincitori nel momento in cui vengono selezionati”. Fra questi, una giuria popolare non avrebbe dovuto fare altro che scegliere un “supervincitore”.

In cinquanta viene fissato inizialmente il numero dei componenti di questa seconda e complementare giuria, scelti tra i “lettori forti” segnalati dalle librerie, dalle scuole e dalle biblioteche locali. A questi giurati s’aggiungono i nomi di esponenti del mondo culturale bergamasco: tra questi Giuseppe Antonio Banfi, direttore generale della Banca Popolare di Bergamo, Bruno Porta, titolare della libreria “Gulliver”, ed Enzo Quarenghi, professore di filosofia e intellettuale dai mille interessi. Come “giurati istituzionali” sono pure titolari di un voto autorità cittadine come il Sindaco di Bergamo, il Presidente della Provincia e quello della Camera di Commercio, i giornali locali e le redazioni locali di quelli nazionali.

Il “logo” del nuovo premio, su cartoncino verde, è disegnato da Beppe Corna, che interpreta ironicamente il celebre monumento equestre di Bartolomeo Colleoni. Nella stilizzazione il condottiero issato sul suo destriero brandisce con piglio la… penna, mentre il cavallo scalpita su un libro chiuso.

Inizia l’avventura: una storia di vent’anni

Siamo nel 1985: superate mille difficoltà, il neonato premio letterario vive con successo la sua prima edizione e laurea vincitore il romanzo del semisconosciuto Roberto Pazzi, subito approdato a un’imprevedibile notorietà. L’organizzazione del premio è molto familiare: le prime due edizioni sono coordinate da Paolo Gualandris, allora funzionario della Confesercenti, mentre Lucio Klobas – riferimento della giuria tecnica – tiene le fila della gara letteraria. Gli incontri con i finalisti – altro elemento di originalità del Premio, che prevede l’arrivo degli scrittori in città per confrontarsi con il pubblico dei giurati – si svolgono nella saletta di Viale Papa Giovanni messa a disposizione dal Centro “La Porta”.

Alla fine del suo impegno, nel 1988 Giorgio Manganelli è sostituito nella giuria tecnica dal critico Angelo Guglielmi, legato al “Gruppo ‘63” e direttore di Rai Tre a cavallo degli anni Novanta. Dopo la progressiva crescita delle prime edizioni – che contribuiscono a imporre all’attenzione del pubblico scrittori come Del Giudice, Cavazzoni e Cerami – s’avverte la necessità di creare un’organizzazione più definita: per questo nel 1991 si chiama a collaborare Adriano Piccardi, già lettore storico del premio, insegnante di lettere, poeta e critico cinematografico. Piccardi viene nominato segretario del premio e responsabile degli incontri con gli autori: incarico che terrà fino al ‘95. Altre novità arrivano negli anni 1994-95, quando gli incontri si trasferiscono nella sala “Aurora” dello storico Caffè “Balzer”, sotto i portici del Sentierone, e della segreteria del premio inizia ad occuparsi Elvira Usnaghi, impiegata presso la Confesercenti.

Giunto alla decima edizione, il premio comincia però a dare segni di stanchezza, evidenziando il bisogno di un rinnovamento della sua struttura locale. È il momento in cui viene chiamata a collaborare Mimma Forlani, pubblicista, critico teatrale e scrittrice. Sarà lei a condurre gli incontri con gli autori, a occuparsi dei rapporti con i giornali (almeno fino al momento in cui il premio si doterà di un addetto stampa) e della cerimonia di premiazione, che per alcuni anni verrà allestita sotto il tendone del quadriportico tra Piazza Dante e il Sentierone. Il 1998 porta con sé importanti cambiamenti.

Nasce anzitutto l’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. I soci fondatori, che s’impegnano a sostenerla con un finanziamento di cinque milioni l’anno, sono: Provincia e Comune di Bergamo, Camera di Commercio e Confesercenti. Nel consiglio di amministrazione i soci sono rappresentati dagli Assessori alla Cultura del Comune e della Provincia, da Giuseppe Antonio Banfi in nome e per conto della Camera di Commercio e da Carlo Simoncini per la Confesercenti. Proprio Simoncini, avvocato e rappresentante di quel mondo delle professioni che da sempre ha un ruolo importante nella vita politica e culturale della città, è nominato presidente dell’associazione con un mandato di tre anni. Giacomo Salvi, che per la Confesercenti è responsabile dell’organizzazione della Fiera del libro, è il nuovo segretario.

La neonata associazione raccoglie subito le adesioni di sponsor importanti: la Banca Popolare di Bergamo, il Credito Bergamasco e L’Eco di Bergamo. Ma soprattutto istituzionalizza un passaggio importante per il premio, che – da creatura nata e patrocinata dalla Confesercenti (alla quale sono iscritti molti librai cittadini) – diventa anche formalmente “il premio della città”. Negli anni successivi, dell’associazione entrano a far parte altri soci che rappresentano importanti realtà culturali cittadine.

Nella giuria popolare s’avverte la necessità di allargare la base dei giurati, consentendo il più possibile una rotazione delle presenze e inserendo un congruo numero di lettori giovani. Per questo il nuovo direttivo dell’associazione stabilisce che tutti coloro che vogliono diventare membri della giuria popolare debbano ora presentare domanda alla segreteria. Tra i giurati – il cui numero complessivo viene portato a ottanta – sono riservati venti posti per giovani con meno di 25 anni: i loro nominativi sono scelti da una commissione istituita presso l’Assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Bergamo. Gli altri membri sono scelti per sorteggio, con la riserva di alcuni posti per i “giurati storici” che sono ormai meno di una quindicina. La collaborazione con “L’Eco di Bergamo” porta all’istituzione anche di un riconoscimento destinato ai lettori. Il miglior giudizio critico, tra quelli espressi dai giovani giurati, avrebbe infatti ricevuto un premio di un milione di lire e la pubblicazione sul quotidiano. A partire dal 2001, altri premi destinati ai lettori verranno offerti dagli altri sponsor storici della manifestazione.

Se restano ancora immutati la composizione e il ruolo del comitato scientifico e l’ammontare dei premi assegnati, si può dire che, dal punto di vista strutturale e organizzativo, il premio ha ormai subito diverse innovazioni, simboleggiate ora anche dall’aggiornamento del logo storico del Premio, in parte modificato dal grafico Paolo Vaglietti nel corso del 2000.

L’anno successivo Carlo Simoncini, confermato presidente del Premio, inizia il suo secondo mandato. Sempre nel 2001 s’avvia la proficua collaborazione con la Civica Biblioteca “Angelo Mai” e con il suo direttore Giulio Orazio Bravi, che da allora accetta di ospitare la cerimonia di consegna del premio finale nello storico salone “Furietti” della biblioteca. Visto il numero sempre maggiore di domande degli aspiranti membri della giuria popolare, il numero dei giurati viene innalzato a cento: i venti posti in più sono riservati ai giovani lettori, che diventano ora quaranta. La selezione dei giovani è sempre effettuata presso l’Assessorato alle Politiche Giovanili, mentre i nomi dei giurati “over 25” sono estratti pubblicamente a sorte durante la presentazione dei cinque romanzi finalisti, all’inizio dell’anno nella Sala Traini del Credito Bergamasco.

Novità anche per la designazione del vincitore finale: per rendere più trasparenti le operazioni di voto, si organizza lo spoglio pubblico delle preferenze espresse dai giurati in una sala della sede centrale della Banca Popolare di Bergamo. Ancora nel 2001 si concretizza l’idea – dovuta a Lucio Klobas – di legare all’organizzazione del premio Bergamo un riconoscimento alla carriera destinato a figure illustri del mondo della cultura, che si siano distinte per il contributo dato all’incontro dei saperi e al dialogo fra le culture. Nasce così “Il Calepino” (il nome è un’idea di Mimma Forlani), che si ricollega idealmente al famoso dizionario redatto nella seconda metà del Quattrocento dal frate agostiniano Ambrogio da Calepio e stampato a Reggio Emilia nel 1502. Il primo Calepinoè attribuito al poeta Edoardo Sanguineti; seguiranno quelli assegnati a Franco Loi nel 2002 e a Luigi Meneghello nel 2003.

L’edizione del 2003 deve registrare, alla fine di giugno, la scomparsa di Giuseppe Pontiggia, “colonna” della giuria tecnica del premio, nume tutelare e punto di riferimento per tutti i lettori che l’aspettavano ogni anno alla cerimonia finale, alla quale non è mai mancato. Il suo postoè ora occupato da uno studioso eclettico come Marco Belpoliti, docente universitario e critico de “L’Espresso”.

Un bilancio provvisorio

Dopo aver condotto in porto con successo la ventesima edizione, il premio guarda ora alle celebrazioni per il suo ventennale, concentrate in tre giorni tra settembre e ottobre, impostate sia sulla volontà di rinsaldare i legami con molti degli autori finalisti, che torneranno a Bergamo per reincontrare il loro pubblico, sia sul ricordo e la messa a fuoco della personalità di Giuseppe Pontiggia, che verrà insignito del Calepino 2004 alla memoria e studiato da diversi punti di vista nel corso di un convegno scientifico in collaborazione con l’Università di Bergamo. Le celebrazioni saranno l’occasione per soffermarsi a capire che posto ha avuto il premio nell’orientamento della narrativa italiana, e cosa ha rappresentato per la città e i suoi lettori.

Grazie all’istituzione nel 2002 di un apposito Fondo librario, intitolato alla memoria di Enzo Quarenghi, la Biblioteca Mai conserva ora la collezione completa, che verrà incrementata anno dopo anno, dei libri finalisti del premio. Essi rappresentano il “cuore” più prezioso del premio Bergamo, il punto da cui partire per ogni ricostruzione. Per contestualizzarli nel quadro della manifestazione non rimangono tuttavia che le poco numerose carte residue e l’archivio per immagini che il cineasta Gigi Corsetti ha iniziato a costruire, documentando i momenti più solenni delle ultime edizioni del premio Bergamo e del Calepino. In più, naturalmente, ci sono le testimonianze orali dei protagonisti. Come quella di Lucio Klobas, che ricorda come fin dall’inizio il premio si fosse dato il preciso obiettivo di valorizzare la “letteratura giovane” e racconta: “Avevamo riflettuto che era fin troppo facile organizzare un nuovo premio, un premio qualsiasi, in aggiunta ai mille che ci sono in Italia. E allora noi della giuria tecnica abbiamo detto:
miriamo invece a promuovere gli scrittori emergenti, e c’impegniamo anche a individuarli.

Adesso possiamo anche dire che la scelta della giuria tecnica è stata forse la cosa più indovinata del premio, perché tutti i componenti erano persone non solo al di sopra di ogni sospetto, ma anche indipendenti dai condizionamenti delle case editrici e del mercato editoriale”.

Oggi il premio è più che mai consapevole di non essere un evento costruito per i turisti, ma un’iniziativa culturale destinata in primo luogo agli abitanti della città. Se oggi può dirsi ben vivo, è perché tale viene mantenuto dall’impegno di tutti i collaboratori, dalla partecipazione attiva di tanti lettori della città e provincia, dal sostegno di alcuni librai (primi fra tutti Sandro Seghezzi e Valentina Porta, figlia di Bruno), e anche dalla simpatia degli artisti bergamaschi (l’attore e regista Diego Bonifaccio, i pianisti Davide e Daniele Trivella, le soprano Maria Zilocchi e Silvia Lorenzi) che rendono intensi gli incontri e bella la premiazione finale.

A fianco della difficile opera di selezione delle opere di narrativa, appannaggio della giuria tecnica, il premio Bergamo ha sempre vissuto anche del lavoro di lettura e di comprensione svolto dall’altra giuria, quella “popolare”. Anche nei confronti di questo pubblico di lettori “forti” e curiosi, il premio ha rivestito in questi anni una precisa funzione. Il primo obiettivoè stato quello di far conoscere loro dei romanzi la cui scrittura si presentasse innovativa rispetto al panorama letterario italiano. Il secondo, non meno importante, è stato quello di diffondere l’abitudine alla lettura individuale, che obbliga ogni lettore a mettersi di fronte alla pagina scritta con umiltà per intraprendere un colloquio personale con il testo. Mentre a scuola si pratica quasi esclusivamente la lettura guidata da critici, da professori, il premio ha invece invogliato a confrontarsi dapprima in solitudine con il libro, e poi con l’autore stesso, durante l’incontro pubblico che spesso illumina, risolve i problemi che al lettore paiono difficili, suggerisce altre vie per arrivare alla comprensione del libro, apre nuovi scenari di senso.

L’esperienza della lettura

In questi anni – anche perché i numerosi lettori hanno nel frattempo cominciato a conoscersi fra di loro – s’è accentuato il momento del confronto collettivo non solo con l’autore, ma tra lettore e lettore. Del fatto che la via intrapresa sia quella giusta, è prova il crescente numero di domande di partecipazione provenienti dai lettori giovani e adulti. A proposito di questi ultimi, significativi sono i dati che segnalano una crescita da 140 nel 2001 a 200 nel 2004; anche i gruppi-classe sono passati da due nel 1999 a undici nel 2004. Un’esperienza proseguita secondo queste modalità ha la potenzialità di rendere concreta “l’idea di letteratura come espressione comunitaria”, secondo la definizione del filosofo Gianni Vattimo e dello scrittore Gianni Celati. In un convegno del novembre del 2003, per presentare la rivista on line “Zibaldoni e altre meraviglie”, Celati ha così sviluppato l’idea: “Nel solco dell’esperienza leopardiana, noi riteniamo che la letteratura oggi abbia bisogno di uno slancio visionario che la porti al di là dei suoi stessi discorsi tecnicistici e autoreferenziali. Per questo motivo, è bene che gli scrittori e gli intellettuali si incontrino e discutano, perché così facendo riscopriamo la nobilissima arte della Politica. Oggi non bastano più il “piacere” solitario (dei libri, della lettura, ecc.) e “l’intelligenza” individualistica delle cose che riguardano la letteratura. Desideriamo agire per preservare quel “piacere” e quella “intelligenza” dalla distruzione prodotta dal “mercato” e dalla bassa politica, che foraggia una pratica letteraria lesiva della dignità dei lettori e degli scrittori, e ricercare un nuovo senso comunitario della letteratura: questo significa per noi fare Politica”.

Per indicare percorsi in tal senso, significativa è l’esperienza di un mecenate, Antonio Presti, che ha organizzato in Sicilia il “Grand tour dell’impegno”, invitando scrittori celebri nei luoghi degradati della Sicilia. Ultima tappa è stata Librino, un quartiere povero di Catania dove, a conclusione della bella esperienza, lo scrittore Jonathan Coe (autore dei romanzi “La casa del sonno”, “La famiglia Winshaw”, “La banda dei brocchi”) ha detto: “La cultura non può cambiare il volto di un luogo, abbattere edifici fatiscenti, eliminare le brutture, ma può cambiare le persone, può maturare le coscienze. Anche se è un cammino molto lungo vale la pena di essere tentato”.

Negli ultimi cinque anni, la pratica individuale di lettura – nutrita dagli incontri con gli autori e da varie modalità di condivisione – è diventata esperienza corale capace di trasformare il “gruppo di lettori” in “comunità di persone”. Tutto ciò è stato possibile perché il libro letto – come ha ben sottolineato Cristiano Cavina, finalista nel 2004 – “appartiene a chi lo legge, non solo a chi lo scrive, e quindi mi fa piacere che una cosa che ho scritto adesso per un millesimo di secondo entri a far parte della vita delle persone”. In questi vent’anni, il premio ha sicuramente favorito l’acquisizione nei lettori di un’autonomia critica che si esprime liberamente nell’attribuzione del voto di preferenza. E i libri letti in questi anni hanno fatto crescere un “reticolo” comune – come direbbe Contini – in cui appendere i pensieri.

Si può dire infine che nel premio si manifesta la volontà di una comunità, ormai non più tanto piccola, di restare fedele all’insegnamento indicato da Pontiggia nel suo ultimo libro “Prima persona”: “Noi dobbiamo piuttosto difendere l’immagine della cultura che il libro esprime rispetto alle altri fonti di sapere. E’ la lettura come esperienza che non coltiva l’ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità, della durata. Una lettura amante degli indugi e dei ritorni su di sé, aperta, più che alle scorciatoie, ai cambi di passo che assecondano i ritmi delle mente e vi imprimono le emozioni e le acquisizioni. E’ in questa esperienza del libro che il libro diventa esperienza esistenziale”.


Mimma Forlani e Alberto Pesenti Palvis






Lucio Klobas: vent’anni di Premio Bergamo

“Quando capitavo nella sua libreria, iniziavo spesso a parlare con Sandro Seghezzi dei vari premi letterari che si organizzavano in giro per l’Italia. A un certo punto abbiamo deciso di occuparcene seriamente anche noi due, per dare vita anche a Bergamo a un premio di narrativa che avesse un certo significato”. A sentire Lucio Klobas, ideatore della manifestazione e coordinatore della giuria tecnica, l’avventura del Premio nazionale di narrativa Bergamo è cominciata semplicemente così.

Da allora sono passati vent’anni. Ma ogni volta che, ai primi di novembre, ci si rimette al lavoro per preparare una nuova edizione, il quadro si presenta all’incirca come in quel 1984: uguale la formula, immutato lo spirito, più o meno gli stessi anche i problemi da superare. Primo fra tutti, trovare finanziamenti adeguati.

Anche le (poche) persone che si occupano di organizzare il premio sono rimaste più o meno le stesse. Nella giuria tecnica – i quattro esperti che ogni anno selezionano cinque libri finalisti, fra i quali cento lettori-giurati scelgono poi un vincitore finale – non ci sono più Giorgio Manganelli e Giuseppe Pontiggia, scomparsi nel 1990 e nel 2003, e sostituiti rispettivamente da Angelo Guglielmi e Marco Belpoliti. Sono rimasti invece Alfredo Giuliani e Lucio Klobas, il punto di riferimento bergamasco.

Di origine istriana, classe 1944, Klobas è laureato in sociologia, ha scritto saggi e romanzi (ricordiamo Macchinazione celeste, Pensiero estremo, Passo felpato e, appena uscito, Mono Trilogia) che colgono, con ironia, gli aspetti paradossali nascosti dietro le ovvietà che ci circondano.

Il premio Bergamo è nato dal nulla o aveva dei precedenti?

“Almeno uno c’era, perché dalla fine degli anni ’60 in città si svolgeva un premio omonimo legato alla “Fiera del Libro”, che veniva assegnato attraverso i voti dei clienti delle librerie. A detta di tutti, però, era poco rappresentativo perché premiava semplicemente gli autori che vendevano di più, e così nel giro di qualche anno non si è fatto più. Un piccolo precedente l’avevo anch’io: all’inizio degli anni ’80 ero riuscito a organizzare una rassegna di poesia, in seguito ripresa da Gabrio Vitali. Avevo portato a Bergamo Sanguineti, Loi, lo stesso Pontiggia, Giudici, Porta, Magrelli, Viviani, Cucchi…”.

Bei nomi. Ma il romanzo è un altro paio di maniche…

“Non avevamo né soldi né appoggi. La nostra prima idea è stata chiedere sostegno alla Confcommercio, l’organizzazione di categoria di gran lunga più forte anche tra i librai. Trovammo però una chiusura totale. Decidemmo allora di rivolgerci alla concorrenza, la Confesercenti, che aveva un numero di iscritti assai inferiore. Ma abbiamo trovato un interlocutore molto sensibile nel segretario di allora, Claudio Re, che ci diede un appoggio determinante. Chiedemmo poi sponsorizzazioni alle banche, alle grandi aziende, al Comune…”.

Vi aiutarono?

“Fu come fare un buco nell’acqua. Ricordo che riuscimmo ad avere un contributo di 500 mila lire dal Comune di Bergamo, e per il resto… 200 mila lire qua e là, elargite con la preoccupazione di non mostrarsi del tutto indifferenti alla cultura”.

Non è stato proprio un avvio incoraggiante.

“Nei primi anni ’80 Bergamo era così. Ogni iniziativa culturale che non fosse una mostra di pittura o un concerto era destinata a cadere nel disinteresse più completo. Ai nostri primi “incontri con gli autori”, nella saletta del Centro “La Porta”, era presente una media di venti persone. Anche se avessimo portato Samuel Beckett, probabilmente non avrebbe trovato più di trenta uditori”.

Perché?

“Il problema è che, secondo me, Bergamo non ha mai avuto un’autentica cultura letteraria. Una cultura partecipata e diffusa intendo dire. Noi pensavamo – ingenuamente – che città come Brescia o Bergamo, economicamente ricche, fossero le sedi ideali per organizzare un premio, che avremmo sicuramente ottenuto almeno le briciole di quella ricchezza, e che gli assessori avrebbero potuto pavoneggiarsi con poca spesa. Ci sbagliavamo: il benessere economico ha giocato un ruolo frenante anziché stimolante. Perché mai perdere giornate a leggere quando uno può sciare, viaggiare, divertirsi in altro modo? Dove questo benessere mancava, come nei paesi dell’Est, fino a pochissimi anni fa, i passatempi principali erano invece leggere “Guerra e pace” oppure giocare a scacchi…”.

Cosa vi proponevate?

“Di valorizzare la letteratura giovane. Avevamo riflettuto che era fin troppo facile organizzare un nuovo premio qualsiasi, in aggiunta ai mille circa che già esistono in Italia. E ci siamo detti: miriamo a individuare e a promuovere gli scrittori emergenti. La scelta della giuria tecnica è stata forse la cosa più indovinata, perché tutti i componenti erano persone al di sopra di ogni sospetto”.
I premi letterari sono molto criticati.
“E’ noto che in Italia abbiamo un bel numero di scrittori, critici, giornalisti, professori che fanno parte dei comitati scientifici di queste manifestazioni, e che “girano” da una all’altra. E’ naturale che si crei una specie di “gioco di squadra”: tu oggi premi questo autore, domani verrai a tua volta premiato. Qui a Bergamo era diverso: Manganelli non aveva mai partecipato a nessun premio, rifiutava sdegnosamente ogni proposta; Giuliani idem. Il nostro ha avuto subito un certo credito perché anche le case editrici si sono accorte di questa indipendenza”.

Come ha fatto a convincere Manganelli?

“Quando per telefono gli accennai la cosa scoppiò a ridere. Feci finta di niente, e lo richiamai dopo un po’ di tempo, spiegandogli che era coinvolto anche Giuliani, che si trattava di suoi amici, di persone che stimava. Fu più possibilista: “Mah!”. Tira e molla, alla fine accettò. E proprio lui – che per partito preso era contrario ai premi – stabilì il regolamento: trascritto da me, ma praticamente sotto sua dettatura. All’interno della giuria aveva abolito gli incontri collegiali, le riunioni per lui erano una scocciatura: “Non dobbiamo neanche sentirci fra di noi – diceva– perché nella giuria tecnica siamo tutti bravissimi, e se scegliamo dei libri vuol dire che sono senz’altro validi”. Solo che, bizzarro com’era, non s’è smentito: per la prima edizione mi segnalò un tale del tutto sconosciuto che viveva in Calabria e aveva “stampato” le sue opere con un ciclostile! Gli ho dovuto dire di no: i libri che scegliamo devono essere reperibili”.

Anche l’idea di avere una “giuria tecnica” e una “popolare” fu di Manganelli?

“Sì, e ha funzionato bene, anche perché rappresentava un’ottima condivisione delle responsabilità. La giuria tecnica segnalava “i cinque”, ma poi la palla passava ai lettori. Era il modo migliore di dribblare i vari permalosi che telefonavano: “Ma lei il mio libro non l’ha letto… Non ha capito…”. O quelli che mettevano le mani avanti: “Partecipo solo se mi assicurate la vittoria”.

Ce ne sono…

“Qualcuno ha criticato la formula sostenendo: “Troppo comodo! Voi affidate tutto a una giuria popolare che di solito non ha la preparazione per capire la qualità di un libro”. Poi però ci hanno pure “copiato”! Fin dall’origine il Premio Bergamo aveva due elementi innovativi: questo ruolo determinante affidato alla giuria popolare, e l’obbligo per gli autori in lizza di venire qui a confrontarsi con il pubblico”.

Quanto incidono gli ”incontri con l’autore” sul risultato finale? I giurati votano più il libro
o lo scrittore che lo presenta?

“Ci sono autori che riescono a risollevare le sorti del loro libro perché sono buoni comunicatori. Quest’anno abbiamo visto Paolo Ruffilli, bravissimo affabulatore, che ha letteralmente incantato il pubblico, anche se il suo libro, pur scritto bene, era a mio avviso un po’ scontato. Devo dire però che mai, nella storia del Premio Bergamo, alla fine gli “incantatori” sono riusciti a vincere, perché il pubblico si fa prima un giudizio sul libro e solo dopo lo confronta con l’impressione che ricava dall’autore visto di persona”.

La sensazione è che il premio non sia cambiato molto…

“Niente nella sostanza, anche perché la formula ha funzionato. C’è stata sicuramente una crescita nella partecipazione del pubblico agli incontri: dalle 20 presenze dei primi anni siamo arrivati a una media di 60/80”.

Cosa manca oggi al Premio Bergamo?

“L’unica carenza di cui soffre ancora è quella economica. Nei primi anni è stato un problema persino ospitare gli autori, portarli a cena, trovare loro l’albergo…. Ma anche adesso molte cose non possiamo farle per limitatezza di fondi. Mi sembra triste che in questa opulenta società bergamasca si debba fare tanta fatica a trovare sponsor per una manifestazione così”.

Qual è il significato di questa manifestazione?

“Penso che abbia dimostrato di saper andare al di là del premio che promuove una località e distribuisce un po’ di soldi (pochi) a un vincitore. Per me la letteratura non è mai semplicemente una questione di scrittura, ha una rilevanza anche sociale. Leggere significa aprire davanti a sé nuovi orizzonti mentali, arricchirsi dal punto di vista intellettuale: allargare insomma la propria comprensione del mondo. Tutto questo si riflette poi nella vita quotidiana. Con un bagaglio di parole adeguato, un impiegato sarà sempre in grado di tenere testa a un cliente o a un capoufficio preparato. Senza, non potrà nemmeno sviluppare delle idee complesse, e anche il suo ragionare sarà sempre elementare, banale. Sul frontespizio di un romanzo di D’Annunzio stava scritta una frase di questo tipo: “L’operaio ha cento parole a disposizione, il padrone ne ha mille: ecco perché uno è padrone e l’altro operaio!”. Poi l’ha ripresa, con successo, Dario Fo: è una frase profondamente vera”.


Luca Corsi