XXV edizione 2009


Andrej Longo spiega la Napoli di “Dieci”
“MOSCHE IMPAZZITE DENTRO UN BICCHIERE”

“Mi fa anche un po’ ridere che mi fanno tutte ‘ste interviste!” si schermisce Andrej Longo quando gli chiediamo la disponibilità a quello che per lui sarà l’ennesimo fuoco di fila dialettico nel giro di pochi giorni. “Non è che sono diventato una specie di oracolo?”.
Lui stesso ha qualche difficoltà (“Forse è scritto meglio di altri, andrà più in profondità ai personaggi, all’anima… ”) a spiegare su due piedi il successo di un libro – “Dieci”, pubblicato da Adelphi – che era diventato un caso letterario già prima che la giuria popolare del Premio Bergamo lo incoronasse, con buon margine, vincitore dell’edizione 2008. A gennaio, il successo nel più antico premio letterario italiano, il “Bagutta”; poi il “Selezione Bancarella”, con l’inclusione nella sestina che a metà luglio si disputerà l’ambito “premio dei librai”. Prima e dopo, tante recensioni – anche a firma di penne illustri come Corrado Augias ed Ermanno Paccagnini – e una bella collezione di interviste lette sui giornali e ascoltate alla radio. Tutte focalizzate – non senza divagazioni – su queste dieci storie napoletane e sui loro protagonisti, sulle loro vite a volte estreme e a volte “normali”, sempre in bilico fra ansia di riscatto e rassegnazione a un ordinario degrado.
Ma ecco che una spiegazione plausibile arriva: “Mi sembra che oggi – a differenza di qualche anno fa – i lettori siano più attratti dai contesti che dalla psicologia, dai turbamenti del cuore. O meglio: cercano storie che hanno sì uno spessore umano, ma preferibilmente ambientate nei luoghi verso cui più si dirige la curiosità diffusa. Penso per esempio alla Sardegna di Milena Agus o di Salvatore Niffoi. O ai libri di Andrea Camilleri o di Gianrico Carofiglio, che effettivamente ti fanno conoscere meglio alcune realtà del nostro Paese”.

Corrado Augias (“Il Venerdì” di Repubblica, 30 novembre 2007) ha scritto che i racconti di “Dieci” “dicono su Napoli molto di più di un’inchiesta”. Che rapporto vede fra cronaca e letteratura?
“Per cronaca intendo semplicemente la realtà, i fatti che accadono intorno a noi. Ma la cronaca può essere senza significato se non si conosce il contesto nel quale gli avvenimenti si verificano. Tempo fa i giornali mostravano grande stupore per il fatto che i bambini delle periferie di Napoli avevano scritto nei loro temi di “sentirsi protetti dalla camorra” e cose del genere. Uno che vive da quelle parti sa che l’unico fatto davvero sorprendente è che finora nessuno se ne sia seriamente occupato.
E’ vero: come scrive Augias, un racconto riassume in poche pagine quello che un cronista impiegherebbe molto tempo a raccontare. Ma forse quando uno parte, come me, da un fatto di cronaca per scrivere un racconto è come se facesse già un’inchiesta per i fatti suoi, e poi la trasformasse in qualcosa che non è più un’inchiesta ma è narrativa”.

Allora le sarebbe piaciuto fare il giornalista!
“Forse un po’ lo faccio già, anche se poi non scrivo su un giornale! Di sicuro mi avrebbe incuriosito: però fare proprio il cronista, non il recensore che si occupa di libri o di arte. A me interessa parlare con la gente, vedere dove sono avvenuti i fatti di cronaca, capire come sono accaduti.... Quando mi è possibile seguo amici giornalisti, o amici avvocati, che fanno questo lavoro.
Del giornale mi ha sempre attratto molto – pur senza saperne quasi nulla! – pure la pagina economica. Penso anche che conoscere un po’ di economia (e di tecnologie) possa aprire a uno scrittore delle finestre narrative finora poco esplorate. Per quello che mi risulta, l’unico che ci ha provato, almeno da noi – in America i tentativi sono più numerosi! – è Hans Magnus Enzensberger. Senza precise conoscenze tecniche, però, meglio rimanere ancorati alla cronaca”.

C’è qualcosa che accomuna i dieci racconti, un sentimento più generale che va al di là delle reazioni forti, ma molto diverse (la rabbia, il dolore, il rimpianto, la pietà, ecc.) che accompagnano ogni storia?
“Penso che ogni racconto abbia una sua cifra emotiva e si soffermi su un aspetto dell’anima, senza però particolari legami tra l’una e l’altra situazione. La caratteristica di tutti i personaggi del libro – e forse anche di questa città – è di girare come mosche impazzite dentro un bicchiere, in cerca di una via d’uscita che forse non c’è: almeno lì, in quel mondo e con quella vita. Secondo me è una caratteristica tipica di tutto l’Occidente: queste macchine, questi traffici, questo andare avanti e indietro, lavorare, correre, fare… come se tutto girasse attorno a una vita che non c’è. Dalla periferia di Napoli tutto questo si vede, però, in maniera particolarmente chiara.
Così ho voluto raccontare questi personaggi, uno per uno, anzitutto perché mi pareva che fossero stati poco raccontati. Rispetto a tutto il resto del genere umano, mi sembravano anzi più meritevoli di attenzione e amore proprio perché più degli altri erano stati “dimenticati”. Per quanto la politica e i giornali a volte parlino di loro, non vedo nessun desiderio autentico di capirli, o anche solo di pensare a come migliorare le loro condizioni. E’ come se facessero parte di un altro mondo, di un paese lontano, non dell’Italia. Mi sono dato una spiegazione: siccome ci vorrebbero decenni per cambiare questa situazione, e i politici hanno invece bisogno di effetti immediati, non è conveniente affrontare il problema e nemmeno parlarne”.

Nell’intervista rilasciata a Maria Serena Palieri ("L'Unità", 9 novembre 2007) lei spiega che “ciò che ci caratterizza come esseri umani è la possibilità di scegliere”, ma che “a Napoli questa libertà non c’è”. Cosa ce ne priva?
“Per essere davvero tale, una scelta si deve poter compiere tra due cose che si equivalgono, o almeno si possono paragonare. E per avere la possibilità di scegliere devi conoscere queste due cose, vederle, confrontarle, e poi dire per esempio: “voglio fare il killer o lo spacciatore!” oppure “voglio lavorare in maniera onesta!”.
Talvolta questa alternativa non c’è. O meglio: anche in pratica esiste la possibilità di una vita onesta e tranquilla, ma poi ti accorgi che in certi contesti quest’opzione non è valutabile in maniera precisa perché le pressioni ambientali ti impediscono perfino di prenderla in considerazione. In ambienti molto degradati le persone che cercano di vivere nella legalità vanno incontro ad ostacoli, difficoltà, problemi, e finiscono con l’essere ridicolizzate dal contesto sociale, soprattutto tra i giovani. E quindi si può anche dire che questa possibilità di scegliere non esiste proprio perché non esiste la scelta”.

Per Napoli è un problema storico….
“Anche solo 20 o 30 anni fa la camorra occupava nella società napoletana un posto più marginale di quello che riveste oggi, e non era circondata dalla considerazione e dal rispetto di cui gode adesso. Oggi la prepotenza, l’esibizione della ricchezza, il tentativo di scavalcare gli altri sono atteggiamenti palesi, ostentati. E’ chiaro che, in queste condizioni, si fa quasi improponibile la scelta fra questo tipo di vita – “rilanciato” anche dalla televisione – e un modello diverso, che diventa via via sempre meno attraente, credibile e presente nell’immaginario delle persone.
I protagonisti dei miei racconti sono tutti immersi, ciascuno a modo suo, in questo contesto degradato. Quasi tutti però, a un certo punto della loro vicenda, acquistano una qualche forma di consapevolezza di quello che vivono: e proprio in questa consapevolezza è concentrata, secondo me, la speranza di questo libro e del futuro. E’ il primo passo anche nella vita: solo sei consapevole del tuo problema puoi affrontarlo e risolverlo, e quindi operare delle scelte.
Però la vita è complicata, non lineare…. E così, nel primo racconto, noi non sappiamo ancora se Papilù andrà all’appuntamento col suo “protettore” oppure no. Così come, nell’ultimo, non sappiamo se Reibàn sparerà: perché a un certo punto il racconto si interrompe e tutto resta come sospeso. Magari il lettore si fa l’idea che le cose andranno in un certo modo: però – diciamolo – come finirà non è ancora del tutto sicuro!”.

Molte recensioni parlano di “Dieci” come di un libro “ambientato all'inferno”, dove i sentimenti e la voglia di riscatto dei personaggi non trovano sbocchi e l’energia vitale appare soffocata e compressa. Ma cos’è che fa di un luogo un inferno?
“Partiamo da un dato ambientale, che possiamo osservare specialmente negli adolescenti: e cioè che “sono finti”, in sostanza fingono di essere altre persone. In certi contesti anche crescere lentamente – o almeno rispettare le tappe della crescita - è un lusso: e allora si bruciano le tappe. Ancora ragazzi, devono quindi dare l’impressione di essere già uomini, cosa che per loro vuol dire “essere duri”, non provare sentimenti; e le ragazze devono figurare di essere già donne a tredici, quattordici anni. C’è quindi una sorta di mascheramento che impedisce ai sentimenti, alle emozioni e alla realtà delle cose di venire alla luce. E’ questa finzione “obbligatoria” a diventare, molto velocemente, la realtà.
Attraverso i miei personaggi ho cercato di raccontare soprattutto l’assenza di amore che li circonda. Vediamo allora dei genitori che – presi dalla droga, impegnati nello spaccio e in altre attività illegali, preoccupati di procurarsi denaro in qualsiasi maniera – mostrano una mancanza di attenzione nei confronti dei figli che, in un modo o nell’altro, si rivela anche una mancanza di amore. E tuttavia questi adolescenti, quando incontrano qualcuno che – anche solo per un attimo – mostra loro una piccola luce, rimangono colpiti, affascinati, attoniti. Mi sembra emblematico tutto il settimo racconto, costruito sulla vicenda del giovane balordo che incontra lo sguardo della sua vittima; o il sesto, quando vediamo la ragazzina entrare in chiesa prima di abortire.... Basta un minimo di attenzione e subito tocchi una corda scoperta, si produce un’emozione che almeno per un attimo risveglia, smuove qualcosa”.

“Dieci” si legge in poche ore. Ma fa riflettere molto più a lungo”: finisce così la bella recensione di Lucia Ferrajoli (“L’Eco di Bergamo” del 17 aprile 2008). Qual è il segreto della “persistenza” del libro nella memoria del lettore?
Niente trucchi e nessun “segreto”! Penso che una parte della spiegazione stia nella “universalità” delle storie: sono ambientate a Napoli ma potrebbero – come domande, come inquietudini, come “anima” – essere nate ovunque. Il resto si deve ai personaggi, così come accade con qualunque libro o film che rimane impresso nella memoria. Se i personaggi sono davvero tali – con la loro sostanza, la loro complessità, le loro contraddizioni – sono loro che rimangono e si “portano dietro” tutto il resto.
“La morte di Ivan Il’i?” – il famoso racconto di Tolstoj – in fondo “è” quel personaggio. Sono i personaggi a restare, perché essi stessi sono la porta che ti affaccia su un altro mondo e anche la chiave per entrarci. Succede così anche per un film: i personaggi sono il passepartout emotivo per arrivare alla comprensione dei significati più profondi. Non credo si possano fabbricare a tavolino; o meglio: si possono anche “costruire”, ma prima li devi avere, li devi sentire, li devi conoscere”.

Oggi Napoli può contare su molti bravi scrittori: da Diego De Silva a Giuseppe Ferrandino a Valeria Parrella (e adesso ad Andrej Longo!), per citare solo quelli passati al Premio Bergamo di recente. Possiamo parlare di una "scuola"?
“Io penso che non esista una vera e propria “scuola napoletana”. Forse alcuni scrittori sono più legati tra loro a livello personale e artistico, affrontano tematiche simili, fanno parte di mondi che si incrociano: ma finisce qui. Secondo me questo proliferare di autori napoletani dipende soprattutto dalle peculiarità della realtà in cui tutti noi scrittori viviamo; e dal fatto che questa realtà è, se possibile, arricchita dall’uso di una vera e propria “lingua alternativa” molto duttile e stimolante.
A essere “particolare” è poi la stessa città di Napoli. E’ costruita in una maniera tale per cui le varie zone non sono separate nettamente: come accade invece a Milano o a Roma, fatte a cerchi concentrici, dove più ti allontani dal centro e più finisci in periferia. Invece a Napoli le strade “bene” sono incrociate con i quartieri popolari; due fermate e la metropolitana ti porta in mondi completamente diversi, che restano però sempre – anche culturalmente – sempre in contatto. In questo modo puoi sentire di più la città, la “odori” di più: ed essendo così “dentro” la realtà, sei anche stimolato a raccontarla”.

Allora questo è un momento particolarmente favorevole per uno scrittore napoletano?
“Forse sì: adesso a Napoli è un po’ come nel dopoguerra, quando in Italia si facevano un sacco di film interessanti proprio perché si era in una realtà appena uscita dalla guerra che aveva molto da raccontare. Il momento attuale, perciò, è favorevole per un autore napoletano proprio perché in città si avverte un degrado crescente, una maggiore disperazione. Quando tutto va bene, hai meno voglia di scrivere: adesso invece senti il bisogno di parlarne, di fare qualcosa e – se sei uno scrittore – di raccontare”.

A uno scrittore si vorrebbe chiedere anche qualche consiglio di lettura…. Può indicarci tre libri che per lei sono stati importanti e che suggerirebbe senza esitare?
“Di libri è talmente tanto pieno il mondo, ne hai letti talmente tanti – a centinaia, a migliaia… - che rischi l’arbitrio, e soprattutto di essere banale. Però, accettando il rischio, ecco alcuni testi meno conosciuti che in momenti diversi della vita mi hanno colpito e stimolato.
Il primo è “Preghiera per Chernobyl” di Svetlana Aleksievi? (edizioni e/o), un libro di interviste e documenti vent’anni dopo la tragedia della centrale nucleare. E’ un testo drammatico, sconvolgente, che mi è rimasto impresso non solo per l’asprezza, ma anche per il rispetto con cui la materia viene trattata e per il modo di accostarsi a una realtà che ci riguarda tutti. Il secondo è “La fine del Titanic”, un poemetto di Hans Magnus Enzensberger (Einaudi). Mi ha incuriosito soprattutto per la capacità dell’autore di prendere un fatto e di farne metafora di infinite altre cose, oltre che per l’esplorazione delle tante possibilità tecniche di usare la scrittura. Leggendolo, uno ha la sensazione che esistono sempre altri modi per raccontare! L’ultimo – andiamo più sul classico! – è “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver (minimum fax). Perché questo famoso libro di racconti? Perché Carver è stato forse l’autore che mi ha formato di più per quanto riguarda il modo di raccontare la realtà”.
Ringraziamo Andrej Longo per il tempo dedicatoci, ma lui ci spiazza di nuovo: “Vabbè, le interviste le faccio un po’ come se giocassi… tutto sommato mi diverte! Che cos’è in fondo un’intervista se non un gioco di società?”.

(intervista a cura di Alberto Pesenti Palvis)