XXV edizione 2009


I finalisti

Cristina Comencini, "L'illusione del bene"
Giovedì 6 marzo - ore 18.00



Il protagonista è un uomo svuotato, malinconico, deluso. Ha creduto con passione all’ideale comunista e, dopo quasi dieci anni, non si è ancora del tutto rassegnato al crollo di un mondo e alla resa di quanti, come lui, avevano coltivato quella fede politica. Mario ha creduto con altrettanta passione nella famiglia, e ha cercato di crearsene una: non ci è riuscito, nonostante abbia cresciuto con dedizione e con pazienza prima i figli della moglie e poi quello nato dal suo matrimonio. E nemmeno le dinamiche del fallimento del rapporto coniugale gli sono poi molto chiare: l’amore che lo lega ai tre figli rimane dunque l’unica certezza della sua vita. Anche sul fronte professionale – è giornalista televisivo – sente fatiche e stanchezze: con la vittoria della destra è stato epurato e adesso vivacchia in radio, senza più desideri né ambizioni. L’incontro occasionale con Sonja, una giovane pianista russa che vive con l’altera nonna e la figlia di pochi anni, lo risucchia in una storia tragica e misteriosa che di donna in donna risale verso il tassello mancante, verso quel buio di domande senza risposta che è diventato il suo tormento.

Divisa tra cinema, teatro e letteratura, con questo lavoro Cristina Comencini ci regala l’ennesima dimostrazione della sua duttilità stilistica e del suo coraggio. La durezza del tema trattato nel suo precedente impegno cinematografico, gli abusi da parte del padre subiti dalla protagonista del film La bestia nel cuore, le era valsa una nomination agli Oscar come miglior film straniero nel 2005. Oggi il tema tutto umano del dramma familiare e psicologico lascia il posto a una riflessione che coinvolge un’intera generazione alla prese con la perdita dei suoi ideali.

Cristina Comencini, "L'illusione del bene" - Feltrinelli, pp 216, € 14,00.

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo


Andrej Longo, "Dieci"
Giovedì 13 marzo - ore 18.00



Andrej Longo è uno scrittore di piccole storie, frammenti in cui si riflette, come in un caleidoscopio, il cosmo intero. Sin dal suo esordio in Più o meno alle tre, costruisce i propri racconti attraverso la compressione progressiva della narrazione che si sviluppa non mediante descrizioni, bensì utilizzando solo il dialogo. Nel parlato napoletano, stretto ma non strettissimo, c’è già tutto lo svolgimento della storia. La lingua funziona come una molla che si comprime via via, sino a che non scatta con un colpo secco nel finale. L’energia è nel ritmo delle frasi, nella cadenza delle voci, nella polifonia che paradossalmente è sempre una musica per voce sola. Longo è bravissimo a riattivare ciò che giace inerte nel linguaggio collettivo e privato. Questo perché in ogni singola voce dei suoi racconti c’è sempre qualcosa d’altro, un mondo, quello esterno, che è privato e pubblico nel medesimo tempo. Longo sembra amare i titoli con i numeri: Dieci sono i comandamenti di cui egli ci dà la sua particolare versione. L’abilità dello scrittore nato a Ischia consiste nell’evitare il patetico, il ridondante, e al tempo stesso di chiudere il racconto prima che la tragedia ricada su se stessa. C’è qualcosa in lui del narratore orale, quello che Walter Benjamin diceva scomparso. Ognuno dei personaggi che mette in scena – la ragazzina incinta, il cantante da matrimonio, il guappo, l’innamorato, ecc. – possiede il tono del perdente radicale: sconta la propria identità già nella prima frase, nell’attacco e negli intercalari, nelle frasi fatte. In quel tratto linguistico c’è tutta la delusione dell’essere al mondo, in questo mondo che è poi Napoli. Alcuni di questi racconti valgono un’inchiesta sociologica, pur non avendo nulla a che fare con la sociologia. Forse perché ogni personaggio di Longo è già esso stesso una società a sé: la società della solitudine e della sconfitta.

Andrej Longo, "Dieci" - Adelphi, pp. 144, € 15,00

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo


Andrea Bajani , "Se consideri le colpe"
Giovedì 20 marzo - ore 18.00



Alla letteratura italiana non si confà il tragico. Tende, a seconda delle preferenze, e con rarissime eccezioni, alla commedia, comica o patetica. Lo fa in obbedienza alla tradizione, quella dantesca, ma anche per il carattere del nostro paese: tristezza e commozione, malinconia e mestizia. Gran parte del cinema italiano contemporaneo è così: non tocca mai il tragico, anche quando racconta tragedie. Siamo cattolici, non protestanti. Andrea Bajani ha scritto un libro improntato alla tristezza e alla malinconia: Se consideri le colpe. Il titolo descrive perfettamente il senso di questo romanzo scritto in modo efficace e calibrato. Il miglior libro di Bajani, giovane scrittore e buona promessa della nostra letteratura. Per come racconta la storia – una storia famigliare: una madre emigrata, o meglio scappata in Romania, a fare l’imprenditrice, e il figlio, voce narrante, che la raggiunge là, dopo la sua morte –, più che ad altri romanzi, fa pensare al cinema, ai film di Silvio Soldini, in particolare, per la malinconia e il senso di fallimento. Bajani è bravo soprattutto nell’usare il silenzio. Se nel cinema è più agevole da rendere, nella letteratura appare arduo. Ma Bajani ci riesce: nel suo racconto il non detto è più importante del detto. Ha scritto un libro che abolisce la virgolette dei discorsi diretti e trasforma tutto in un unico discorso, monologo del protagonista, che tuttavia è fatto più di elisioni ed esclusioni che non di affermazioni. Questo romanzo è la perfetta metafora di un paese – il nostro – che affonda nella tristezza fingendo nel contempo passioni che non possiede più.

Andrea Bajani , "Se consideri le colpe" - Einaudi, pp. 170, € 14,00

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo


Laura Pugno, "Sirene"
Giovedì 27 marzo - ore 18.00



In un futuro imprecisato ma spaventosamente vicino, gli uomini hanno costruito rifugi sotto l’oceano per ripararsi dalla luce del sole. E negli abissi hanno scoperto una specie nuova, così favolosa e leggendaria da volerla subito imprigionare. Le sirene sono feroci e bellissime donne del mare: hanno capelli azzurro vivo, capezzoli verdecupo, il muscolo della coda capace di spezzare in un istante la schiena del maschio. Scoprono piccoli denti perlati e affilatissimi quando schiudono le labbra per emettere il loro richiamo, un canto che fa impazzire i cani – e forse anche gli uomini. Un’atmosfera sospesa e sensuale domina questa favola nera: la scrittura di Laura Pugno ha una potenza incantatrice, capace di coniugare visioni apocalittiche e inquietudini del nostro presente in un unico, ipnotico racconto di amore e di morte. Una nuova razza animale (animale?) è quella delle sirene, che gli umani allevano e ammazzano per divorare una carne dal gusto supremo e quasi metafisico. Ma le sirene, femminilità allo stato puro in corpi muscolosi guizzanti e madreperlacei di cetaceo, sono anche oggetto di un desiderio sessuale sfrenato, soprattutto da parte dei maschi ricchi e potenti. Il mondo agonico degli esseri umani è iper-tecnologico e dominato da una mafia “yakuza” onnipresente, feroce e insieme curiosamente accorta e talora sorprendente. Tuttavia, violenza e tortura regnano sempre, fra i superstiti, mentre il cancro nero continua a mietere vittime. Un romanzo di poco meno di centocinquanta pagine, ma con la lingua fredda della “sprezzatura” tecnologica propria della migliore fantascienza e con l’intelligenza simbolica della più precisa e rigorosa narrativa dell’incubo. E soprattutto con una tensione costruttiva davvero in gommacciaio, solida senza incrinature e di una duttilità perlacea in superficie. Laura Pugno, in compagnia delle più recenti signorine delle nostre lettere, sembra proprio una tremenda sirena.

Laura Pugno, "Sirene" - Einaudi, pp.148, € 11,00

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo



Pietro Grossi, "L'acchito"
Giovedì 3 aprile - ore 18.00



Un aggettivo definisce il libro di Pietro Grossi, L’acchito: onesto. C’è infatti nella prosa del giovane scrittore fiorentino, non ancora trentenne, come nella trama della sua novella, qualcosa di retto, dritto, lineare. Del resto, il titolo stesso vi allude: la posizione della palla nel gioco del bigliardo all’inizio, acchito da “quieto”. Dino per poter accedere all’insegnamento di Cirillo, maestro del bigliardo, deve compiere un piccolo esercizio zen: lanciare la palla dritta davanti a sé, e farla ritornare nel medesimo punto. Gli riesce e viene iniziato a un gioco che si contrappone simbolicamente alla sua esistenza. O meglio, alla sua vita che, da calma e quieta, per uno scarto del destino, si complica d’improvviso: la deviazione incolpevole. Dino posa ciottoli e alla sera va a giocare al bigliardo. A casa lo attende Sofia, la moglie, con cui da anni fantastica viaggi favolosi che non fa mai: sostituiscono il figlio che non viene. Poi Sofia resta incinta. E accadono una serie di fatti in un breve lasso di tempo: il Comune decide di passare all’asfalto e liberarsi dei posatori di ciottoli; Dino lascia il lavoro e si mantiene vincendo tornei di bigliardo; infine, qualcuno mette una bomba nella sede municipale. L’autore del gesto è un uomo che lavora con Dino: vendetta contro un presunto atto di corruzione. Dino lo porterà in salvo ignaro che nella sua vita si sta consumando una tragedia. Grossi, alla seconda prova, ci consegna una novella in stile toscano, frammento di un possibile Novellino contemporaneo. Onesto viene da “onore”, e di questo in definitiva si tratta nel libro: l’onore dell’uomo e insieme l’onere, il suo peso.

Pietro Grossi, "L'acchito" - Sellerio, pp. 199, € 12.

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo