XXVII edizione 2011


I finalisti

Antonio Pascale, S’è fatta ora.

S’è fatta ora è il libro più sincero di Antonio Pascale, non perché vi racconta i fatti veritieri della sua vita – lui ha un alter-ego, Vincenzo, uomo dello schermo – ma perché qui affiora la sua vena più profonda che è la malinconia mescolata allo scoramento, la testardaggine incartata nell’intelligenza, la sensibilità deviata dell’egotismo. Nessun libro di autore meridionale racconta con così grande evidenza lo stato d’animo degli abitanti di quelle lande, la loro propensione, sin dall’infanzia, alla sofferenza. Meglio: al masochismo. Come insegna il padre poliziotto a Vincenzo, la matrice primaria della vita è il dolore, ma il dolore non lo si fissa per rispetto. E anche qui, in questo romanzo in cinque episodi, il dolore non è mai guardato in faccia, come Medusa, lo si scorge di lato, di sguincio, sebbene costituisca il suo nocciolo duro. Vincenzo racconta in prima persona il passaggio dall’adolescenza all’età adulta: amori, lavoro, politica, professione, famiglia. La famiglia soprattutto, vero centro irraggiante del dolore, ma anche punto focale dell’esistenza, una famiglia mai veramente odiata o respinta, piuttosto subita e subito riprodotta da Vincenzo, ribelle a metà, aspirante padre, come si capisce sin dalla prima pagina del racconto, uno che non rompe mai col proprio passato ma lo sottopone nel corso del racconto a continua revisione: un vero revisionista dell’Io. Malinconia e inquietudine, sarcasmo e comicità, cinismo e pietà: Pascale è davvero un narratore egotico a bassissimo voltaggio, scrive in modo entropico, dissipandosi, ma la tempo stesso risparmiandosi, così che accumula, pagina dopo pagina, tanto da ricostruire il proprio Io attraverso lo schermo del suo alter-ego. Il risvolto editoriale lo definisce “uno dei più acclamati scrittori della sua generazione”. Acclamato? Ma se il sottotono è la sua vera misura. Con Vincenzo verrebbe da dire: Tu sì scem’. Poveri editori costretti sempre ad esagerare per farsi sentire: Vincè, che cazzo gridi!


Antonio Pascale, S’è fatta ora, Minimum fax, pp. 126, € 9,50

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo


Marosia Castaldi, Il dio dei corpi.

Marosia Castaldi, con il suo breve ma intenso romanzo dal titolo Il dio dei corpi, ripropone e approfondisce con nuova energia la sua ormai nota ricerca stilistica che consiste, essenzialmente nell’indagare ossessivo e aritmicamente scandito personaggi e situazione al limite della malattia. Anche ne Il dio dei corpi, appare l’ennesima figura (certo Alfredo Venti) che vive e opera in situazioni assurde e demenziali, intento tuttavia all’allestimento di una grande e folle opera d’arte, il cui nome è, nientemeno, che l’eternità. Sicchè nella sua piccola stanza dove vive con un bambino non suo, accumula pazientemente ogni sorta di materiale; oggetti raccolti per la strada, pezzetti di carta, biglietti usati, barattoli vuoti e pieni, bambole rotte, pezzi di computer usati, avanzi di cibo, brandelli di stoffa, ecc. ecc. Alfredo Venti però non è un matto qualsiasi o perlomeno non sembra tale: di professione fa l’insegnante di disegno, con i vicini di casa ha un eccellente rapporto, si aiutano a vicenda, si soccorrono nei momenti di bisogno, forse i vicini sono più matti di lui. Ossessionato dalle sue vicende personali, stressato da una vita condotta sempre al limite , combatte le sue inutili battaglie contro un mondo che gli è perfettamente estraneo, indifferente, vuoto. Solo il suo monumentale progetto lo sorregge e gli dà la forza di perseverare anche nei momenti in cui crede che nulla abbia un senso. Naturalmente per trovare le forze necessarie si riempie di psicofarmaci in quantità smisurata, ovvero deve fare continuamente i conti con la chimica, con la mgia della chimica, che fa superare ogni frustrazione.
A questo punto al lettore viene un dubbio e si fa questa domanda: l’opera d’arte basta a se stessa o deve puntellarsi con ingredienti esterni che provengono da un lontano altrove? Le risposte sono tante…

Marosia Castaldi – Il dio dei corpi – Sironi editore, pp 128, € 13.00

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo


Paolo Nori, Noi la farem vendetta.

Paolo Nori è uno scrittore sentimentale. Il suo primo sentimento è l’amore di sé. Gli psicoanalisti lo chiamano narcisismo, ma in Nori non è così. Meglio il termine stendaliano di egotismo. I suoi libri – 12 sin qui – sono tutti ricordi di egotismo: del proprio sé o di qualcuno dei suoi alter-ego. Questo ha spinto la critica a parlare di libri autobiografici. Non è giusto, poiché l’Io dello scrittore emiliano è sempre posposto, meglio: visto di sguincio. È un po’ come se Nori, a forza di guardarsi allo specchio – uno specchio di carta – finisse per vedere un’immagine obliqua di se stesso e ce la restituisse così, di traverso. Ora l’Ego narrante di Noi la farem vendetta ha avuto una figlia, Irma, e perciò ha anche una moglie, o supposta tale, Francesca. Racconta la sua paternità personale, e al tempo stesso la propria paternità generazionale. La generazione dei padri è quella dei ragazzi con la maglietta a strisce, i giovani comunisti di Reggio Emilia, scesi in piazza il 7 luglio 1960 per contestare la volontà del Movimento sociale italiano – i fascisti – di tenere il proprio congresso nazionale a Genova, e di farlo presiedere al repubblichino che aveva firmato la deportazione di decine e decine di liguri. Il governo Tambroni, sostenuto dall’MSI, manda in piazza la polizia che spara ad altezza d’uomo. Cadono in sette: morti di Reggio Emilia, come dice la canzone. Cade anche Tambroni. Nori, che è un anarchico individualista – ha scelto come titolo il verso di una canzone anarchica –, ha costruito il libro attraverso brevi capitoletti di dieci-venti righe separati dai titoli, che danno al racconto un ritmo sincopato, quasi aforistico, e consentono a Nori, scrittore dal respiro breve, ma ficcante, di arrivare sino in fondo con fiato e idee. Ne esce un libro commuovente, più quando parla dei padri-ragazzi di Reggio che non quando evoca la figlia Irma, un libro che è, in definitiva, la storia di un orfano: lui stesso.

Paolo Nori, Noi la farem vendetta, Feltrinelli, pp. 191, € 15,00

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo


Toni Fachini, Ultimo piano senza ascensore.

Toni Fachini è una scrittrice selvaggia, tutta forza ed energia. Possiede un dono naturale: scrive deciso, senza esitazioni. In lei nulla è artefatto, manierato, eppure la sua prosa è tutt’altro che spontanea, appena si posa sulla pagina diventa letteratura. Insomma, è una vera scrittrice. Ultimo piano senza ascensore è un gruppo di racconti autobiografici, storie di vita e non-vita: droga, viaggi, solitudini, amori, incontri, sofferenze. Ogni suo racconto distilla un dolore acuto, infantile, allo stato puro, non temperato dal senso della realtà, ma accentuato invece dall’esistenza stessa del mondo. Eppure Toni Fachini è anche una scrittrice umoristica e ironica, capace di vedere il lato buffo e assurdo delle cose, di se stessa, prima di tutto, e di raccontarlo: una narratrice picaresca (il racconto “Inchiostro Blu Cina” da solo vale il libro). Con due volumi – Ultimo piano e La virgola nell’orologio – ha scritto uno dei pochi romanzi a frammenti della sua generazione, nata tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, generazione perduta in più sensi e in più modi. È incredibile che per pubblicare quelli che sono dei piccoli capolavori, la scrittrice friulana abbia dovuto attendere un editore piccolo e coraggioso come Effige di Giovanni Giovanetti, dopo che i suoi pacchi di fogli sono stati letti e accantonati dai grandi editori. Mentre vanno per la maggiore scrittori neo-splatter, per cui la realtà esiste sotto forma di letteratura, una vera splatter, sovversiva e irredente come Toni Fachini, per cui la letteratura è una forma della realtà, ha invece faticato così tanto per vedere pubblicati i propri racconti. Forse la sua sincerità, la forza delle sue frasi, la stessa realtà che descrive – un mondo di borderline – appare troppo “reale”, troppo imbarazzante. Ma è proprio di questa realtà, del suo stile comico e insieme disperato, che abbiamo davvero bisogno.

Toni Fachini, Ultimo piano senza ascensore, Effige, pp. 156, € 16,00

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo


Walter Siti, Troppi paradisi.

Walter Siti ha scritto un romanzo il cui protagonista si chiama Walter Siti; come lui è un professore universitario, è omosessuale e vive con un uomo. Racconta il mondo della televisione e quello dei prostituti; inoltre si dilunga sui propri rapporti sessuali e riflette sulle idee di finzione e di realtà, sino a che non si innamora di un culturista bisessuale, fedifrago e traditore. Troppi paradisi è un romanzo che usa la chiave lirica per narrare la contemporaneità: la mediocrità di un mondo senza eroi e senza diavoli, in cui la dannazione vera è appunto la mancanza di sentimenti. Su Siti ha agito una doppia influenza: Pasolini e Almodovar. Siti è un anti-Pasolini, poiché la sua chiave d’accesso alla realtà è la mediocrità. Ma poi la sovverte dato che Troppi paradisi è l’epopea di un personaggio-autore che si finge medio e invece è un Don Chisciotte dell’omosessualità – ecco Almodovar, ma senza la gioia e il colore –, che insegue la forma-romanzo quando questa si è già dissolta e s’arrovella intorno alla forma del sentimento omosessuale quando anche questa “diversità” è stata divorata dal contemporaneo. Come afferma la voce narrante-protagonista-autore la stessa televisione si è ormai conformata a questo. Tutto è diventato camp. Perciò non gli resta via di scampo; anche il kitsch contemporaneo – il camp – è impraticabile. L’unica strada è forse quella della liricità, ma è una liricità marcia per il troppo uso: il cinismo dei sentimenti o il sentimento del cinismo? Tutte e due, pur di provarlo, questo benedetto sentimento. Come ha notato Daniele Giglioli su “Alias”, pur avendo scritto un magnifico romanzo, Siti, scrittore originale, si è incartato da solo nello sforzo di vivere letterariamente la propria doppia realtà di omosessuale e di scrittore. Non c’è scampo. Resta aperta solo la strada di Almodovar: la parzialità elevata a norma. Ma per farlo bisogna rinunciare alla mediocrità. E allora niente romanzo contemporaneo. La realtà ha colpito ancora.

Walter Siti, Troppi paradisi, Einaudi, pp 425, € 18,50.

Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo