9 novembre 2006 - Riepilogo
Il Premio Giovane Critica Letteraria ha celebrato la
prima edizione con una tavola rotonda

RECENSIONI, “SE NE SCRIVONO ANCORA”



“Le diagnosi di avvenuto decesso sono diventate quasi un genere letterario”. Così il professor Mario Barenghi, esaurite le presentazioni di rito, ha introdotto il tema della tavola rotonda, che si chiedeva – con una certa dose di provocazione – se anche per la critica letteraria, come già teorizzato per l’arte e per la musica, si stesse avvicinando la fine. “Quando si dice che qualcosa, o qualcuno, è morto – spiegava Barenghi agli illustri ospiti al suo fianco e al pubblico intervenuto – in contesti come il nostro si intende in realtà esprimere un enfatico giudizio di valore”. Chi dichiara ad esempio “la morte del romanzo” – ha sostenuto – vuole semplicemente affermare che sono brutti i romanzi che si scrivono; lo stesso farebbero, a proposito di critica letteraria, i suoi ricorrenti necrofori.

Su un punto hanno concordato Franco Cordelli e Antonio Scurati, gli illustri saggisti ospiti al tavolo di Barenghi insieme con Marco Belpoliti, Andrea Cortellessa, Daniele Giglioli e con i tre finalisti del Premio Giovane Critica Letteraria: rispetto alla cosiddetta “epoca d’oro” della critica (se è mai davvero esistita!), il quadro è sostanzialmente cambiato. I generi letterari si propagano di continuo come piante anemofile, tra continue ibridazioni; il mercato dei libri s’è ampliato e diversificato nel giro di pochi anni, allo stesso modo del pubblico dei lettori. Non si è mai pubblicato tanta letteratura quanto oggi. Eppure – è sotto gli occhi di tutti – la critica letteraria ha perso mordente; è stata via via allontanata dai giornali, dove talvolta sopravvive confusa con schede da “film in breve”; si sente guardata con sospetto dall’editoria, perché potenziale baluardo di un’improbabile resistenza; viene sostituita da surrogati televisivi che parlano linguaggi dissonanti e allineano nuovi sacerdoti dai curriculum incerti, che sembrano brandire – ha spiegato Antonio Scurati, docente di questi temi – “l’inesperienza come fonte di autorità”. Anche la critica ha cambiato nel tempo riti e schemi: il suo oggetto s’è allargato alle letterature extraeuropee, ma i suoi giudizi hanno perduto ascolto e rilievo (“sono passati i tempi in cui un saggio di Roland Barthes poteva vendere in prima edizione ottantamila copie…”), sostituiti dalle classifiche di vendita; sta scomparendo la figura del critico militante, isolato ed “eroico” nella sua onnipotenza, mentre si affermano nuove incarnazioni. La più fortunata è quella del criticoveggente, che dalle pagine di settimanali di larga diffusione promuove letteratura popolare e “mid-cult” accostandola a modelli “alti”, e con toni enfatici lancia “casi letterari” che puntualmente ottengono massicci riscontri in libreria.

Undato è emerso con chiarezza: i problemi attuali riguardano – più che la persona del critico, la sua formazione e gli strumenti del mestiere – il contesto entro il quale questi si trova a operare.

L’ha spiegato il vincitore del Premio Giovane Critica Letteraria, Gabriele Pedullà, descrivendo da un lato i meccanismi di mercato che spingono gli editori a spingere sul pedale dei libri di rapido consumo, dal breve ciclo di vita e dall’altrettanto rapida sostituzione; dall’altra le politiche editoriali e gli alibi (“non siamo pedagoghi, dobbiamo dare al pubblico ciò che realmente vuole…”) che ne assecondano le logiche. Complici, naturalmente, le pagine culturali di qualche quotidiano nazionale, dove compaiono recensioni dalla firma altisonante, procurate però dallo stesso editore che le aveva acquistate insieme con i diritti dei romanzi incensati: un modo veloce per realizzare, in tutta comodità, operazioni di apparente valore giornalistico, in realtà solo promozionali.

In questo quadro, il critico letterario appare nelle vesti – più che di giudice ineffabile o di autorevole interprete – di scomodo “signor no”, da sostituire appena possibile con le più affidabili “veline” degli uffici stampa. In fondo – l’ha sottolineato Piero Sorrentino, uno degli altri due finalisti – è oggi l’editore (e non il critico, atteso in seconda battuta a valutare ciò che ha già ricevuto una prima, massiccia, scrematura) a svolgere il grosso della “mediazione” tra autore e pubblico.

E tuttavia, oggi come nel passato, “non esiste testo senza critica” – ha sentenziato Cordelli dando all’affermazione un valore ontologico: è lo stesso autore, prima di ogni altro, a voler essere letto, compreso e interpretato dal critico, in modo che questi gli possa rivelare “chi è” davvero e “che cosa sta facendo”. In questo rapporto di pericolosa ma necessaria vicinanza allo scrittore, e in questo compito di “mediatore” verso l’esterno – riaffermato da tutti gli intervenuti come un leitmotiv – si può ritrovare il senso della critica letteraria e dell’attività del critico: di colui al quale spetta – come ha efficacemente semplificato Barenghi – dire “se un libro merita di essere letto e perché”.

Forse – ha sottolineato Stefano Gallerani, l’altro finalista – “la fine della lettura è oggi problema più vero della fine della critica”, e la preoccupazione per quest’ultima – più che dell’imminente funerale – è indizio, tutto sommato benaugurante, dell’ansiosa premura rivolta a chi può ancora vincere le sue battaglie.

Nonostante tutto, infatti, di recensioni “se ne scrivono ancora”. Una nota confortante, per la quale Barenghi ha scomodato l’incipit di un famoso testo di Vittorio Sereni (“I versi” da “Gli strumenti umani”, 1965), che parlava invece di versi e di poesia.

La conclusione della tavola rotonda ha lasciato spazio all’attesa consegna della prima edizione del Premio Giovane Critica Letteraria. Il Comitato scientifico – composto dai critici Mario Barenghi, Marco Belpoliti, Andrea Cortellessa e Daniele Giglioli – aveva già annunciato lavittoria di Gabriele Pedullà sugli altri due finalisti, Gallerani e Sorrentino, sulla base delle cinque recensioni che il giovane studioso romano aveva pubblicato su periodici di ampia diffusione e poi proposto alla giuria. Congratulandosi con il vincitore, il presidente Massimo Rocchi ha consegnato a Pedullà la pergamena celebrativa e un assegno di 1500 ? e ha dato appuntamento alla prossima edizione. Nel ricordare a chiunque fosse interessato – e specialmente agli Organi di informazione – cheè disponibile una registrazione video dell’intero pomeriggio svoltosi all’Università di Bergamo, l’Associazione organizzatrice rammenta anche l’appuntamento con la XXIII edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo e porge i più cordiali saluti Bergamo, 13 novembre 2006




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