a cura di Alberto Pesenti Palvis
Intervista a Gabriele Pedullà, vincitore della prima edizione
Il critico letterario, mediatore scomodo

Da Gabriele Pedullà riceviamo un “grazie” immeritato. Ci racconta subito che – appena avesse trovato un momento di tempo – si sarebbe messo a pensare alle cose da dire giovedì prossimo all’Università di Bergamo, dove avrebbe partecipato alla tavola rotonda presieduta da Mario Barenghi sul tema “Fine della critica?”; e ricevuto, subito dopo, la prima edizione del Premio Giovane Critica Letteraria. La nostra telefonata gli fornisce quindi una prima occasione.

Pedullà, romano, classe 1972, è ricercatore di Letteratura italiana all’Università di Teramo. Da studioso s’è occupato soprattutto di cinema e letteratura, del pensiero politico del Rinascimento – sta lavorando a un libro su Niccolò Machiavelli – e della prosa del Novecento, a proposito della quale ha pubblicato fra l’altro “La strada più lunga. Sulle tracce di Beppe Fenoglio” (Donzelli, 2001) e curato l’antologia “Racconti della Resistenza” (Einaudi, 2005). Ma l’Associazione Premio Nazionale di Narrativa Bergamo gli ha conferito il Premio Giovane Critica Letteraria guardando soprattutto all’attività pubblicistica svolta dalle colonne de “Il Caffè Illustrato” e di “Alias”, supplemento culturale del sabato de “Il manifesto”.

Per provare a distogliere il nostro interlocutore dai “problemi della vittoria”, che – come disse anche Winston Churchill – “sono più gradevoli, ma non meno difficili a risolversi, di quelli della sconfitta” – prendiamo a prestito una citazione un po’ ruvida dal vecchio moralista Jean de la Bruyère: “La critica spesso non è una scienza; è un mestiere, dove occorrono più salute che spirito, più lavoro che capacità, più abitudine che genio”. Chiediamo dunque a Pedullà quali sono le principali doti richieste oggi al critico e le caratteristiche del suo “mestiere”, ma il nostro interlocutore elegantemente glissa: “In quanto premiato, mi rifiuto di rispondere a questa domanda.… Potrei citare la frase di Wystan Hugh Auden secondo cui “l’unica norma richiesta per fare della buona critica è essere molto intelligenti”, ma non vorrei che si pensasse che mi attribuisco la suddetta qualità! Comunque posso dire almeno che non sono per niente d’accordo col giudizio di La Bruyère. Dal Seicento la critica è cambiata molto e credo che senza ironia, senza immaginazione, senza gusto per l’azzardo intellettuale non ci possa essere un buon critico”.

Che idea ne abbia in positivo, Pedullà lo spiega inviandoci un suo intervento dal titolo “La critica come esercizio spirituale”. Il testo è comparso sul bimestrale “Il Caffè Illustrato” (n.28, gennaio/febbraio 2006), ma è nato come una lettera alla collega Simona Cigliana, che chiedeva a lui e ad altri critici letterari – in occasione di un libro-inchiesta non ancora pubblicato – di raccontare qualcosa del loro personale “metodo” di lavoro. “Quando uso questo termine di “esercizio spirituale”, in apparenza così impegnativo – leggiamo nell’articolo – lo faccio pensando soprattutto a Pierre Hadot, il grande storico del pensiero che da qualche anno ha riportato in auge la parola e il concetto. Nei suoi libri Hadot ha mostrato che per gli antichi la filosofia non consisteva nell’insegnamento di una serie di teorie astratte sull’uomo e sul cosmo, ma in un atteggiamento concreto, in altre parole nell’adozione di uno stile di vita completamente diverso da quello della maggioranza degli uomini, che ne erano digiuni”. Al telefono il nostro interlocutore sintetizza: “A me premeva sottolineare che per la critica letteraria il percorso con cui si arriva al risultato finale – quello che ho chiamato “esercizio spirituale” – è almeno altrettanto importante del risultato stesso, che è sostanzialmente il sapere che viene poi trasmesso da studioso a studioso. Volevo richiamare l’attenzione sulla funzione pedagogica del percorso, che è un itinerario di comprensione del testo e – contemporaneamente – di comprensione di se stesso da parte di colui che legge. Perché pensare la critica come esercizio significa riconoscere l’enorme valore esistenziale ed intellettuale del tragitto che si compie per affermare che sì, il cavallo di Napoleone è davvero bianco”.

Quando si esercita dalle colonne dei giornali o di periodici di una certa diffusione, la critica letteraria ha però anche un’importante componente di comunicazione: è uno degli aspetti che il Premio Giovane Critica Letteraria vorrebbe sottolineare. Il presidente Massimo Rocchi ha detto in conferenza stampa: “Oggi sono più numerosi coloro che scrivono di coloro che leggono: che leggono davvero, s’intende. Ciò rende più che mai utile avere delle indicazioni, se non delle vere e proprie “mappe”. E il professor Marco Belpoliti ha aggiunto: “Abbiamo bisogno di critici che sappiano argomentare, comunicare, che siano mediatori tra scrittori e lettori”. Chiediamo a Gabriele Pedullà che cosa ne pensa. “La moltiplicazione dell’offerta editoriale – ci risponde– rende ancora più importante la funzione di qualcuno che possa operare una scrematura: altrimenti a imporsi saranno soltanto gli autori che hanno i grandi numeri dalla loro, con uno scadimento della qualità delle opere. Il critico come mediatore ha quindi una funzione importantissima. Tra l’ufficio stampa della casa editrice e il lettore è necessario che ci sia una persona che riflette, che valuta quello che l’ufficio stampa propone. Nella mia concezione, il critico è una persona che dice “no” dieci volte per dire una volta “sì”. E’ ovvio che – da quando sono finiti i grandi editori puri e l’unico obiettivo delle case editrici è vendere più libri – noi critici siamo considerati dagli uffici stampa più che altro dei rompiscatole necessari. Il critico è oggi una figura estremamente scomoda, perché scomoda è l’idea stessa di critica o di dissenso. Ormai ciò che viene richiestoè dire “sì” undici volte su dieci…”.

A Pedullà domandiamo allora una riflessione sull’indipendenza del critico: un altro valore toccato dall’avvocato Rocchi in sede di presentazione, quando ha spiegato che il premio si rivolgeva a critici “fuori di quelle scuole consacrate, forse anche fossilizzate, che più hanno rapporti con le case editrici e più sono indirizzate da politiche editoriali…”. “L’indipendenza– dichiara subito Pedullà – è un bene che un critico si costruisce giorno dopo giorno: non c’è un momento in cui può dire di essersi guadagnata una “patente” di indipendenza, e da allora in poi scrivere o fare qualunque cosa. Il mondo letterario italiano è un ambiente molto piccolo, direi “endogamico”, dove tutti conoscono tutti e si crea una vicinanza a volte pericolosa. Tutti i critici più riconosciuti – anche i giovani – collaborano o hanno rapporti con le case editrici. L’unica discriminante è allora il modo con cui si decide di interpretare il proprio ruolo: se uno – nel momento in cui ha una collaborazione più o meno stabile con una casa editrice – diventa l’espressione del suo ufficio stampa, o se mantiene una voce indipendente. Lo stesso problema riguarda i rapporti che ogni critico ha con i narratori contemporanei che apprezza: qui la regola è l’astensione rispetto a tutti libri nella cui genesi ha avuto parte, anche solo come “istigatore”. Secondo me un critico deve coltivare lo spazio per dire di no anche agli amici, alle persone che stima, e soprattutto ai brutti libri dei grandi scrittori. A volte l’unico modo in cui si può essere veramente utili a uno scrittore è facendogli scattare il campanello d’allarme”.

Il Premio Giovane Critica Letteraria nasce sulla base di una convinzione: che il futuro della critica sia un passaggio fondamentale all’interno della crescita culturale di una comunità, nel senso che gli strumenti, i punti di vista, le obiezioni avanzate dai critici a proposito dei testi letterari influenzano l’approccio del pubblico e potenziano le sue capacità di analisi della realtà. Domandiamo allora a Pedullà cosa significa, a suo parere, parlare di “funzione sociale” e di “impegno civile” per ciò che riguarda la critica. “Le difficoltà attuali della critica letteraria– argomenta – dipendono da un contesto culturale in cui, a essere guardata male, è in generale la stessa pratica del dissenso che non si trasforma in provocazione spettacolare. La criticaè accusata di voler essere pedagogica rispetto al lettore e il modello di comunicazione che si sta affermando sui grandi quotidiani è piuttosto quello della “velina” dell’ufficio stampa, trasformata in riassunto della trama con sommario giudizio di valore conclusivo un po’ come per le così dette critiche cinematografiche. La funzione sociale della critica risiede invece proprio nella sua capacità di costruzione di uno spazio per la discussione e il dibattito pacato. Anche perché, senza lettori che si appassionino trovando argomenti a favore o contro un determinato libro, è difficile che questo possa sopravvivere sugli scaffali delle librerie oltre i tre o quattro mesi. I primi ad aver bisogno dei critici sono proprio gli scrittori, anche se pochi di loro se ne rendono conto. Il ruolo di mediatore rivendicato per il critico da Belpoliti consiste anche in questo: stimolare la riflessione, incoraggiare il confronto, evitare che la letteratura si trasformi in un bene di consumo come qualsiasi altro”.

Questo profilo “merceologico” ci incuriosisce molto e chiediamo allora a Pedullà di spiegarlo: “Una delle frasi più ricorrenti che si sentono nelle case editrici è “noi non facciamo pedagogia, noi vendiamo quello che i lettori vogliono comprare”. Su quest’idea parte una gara al ribasso, perché s’innesta una sorta di cortocircuito secondo il quale il miglior servizio che si può fare al lettore è vendergli libri sulla base dell’equivalenza “quantità è sinonimo di qualità”. Ne deriva che ogni progetto culturale che non si sposa immediatamente con un obiettivo di successo commerciale va abbandonato. E’ una delle idee più diffuse nell’editoria contemporanea: fare dei libri che si smercino velocemente, per lasciare il posto ad altri libri che si possano smerciare altrettanto velocemente. Ciò che conta è sostanzialmente il flusso di materia venduta. Da un punto di vista strettamente economico posso capire: l’editoria è un’industria privata e si basa sul profitto. Osservo però che i margini di guadagno richiesti sono sempre più alti: se una grande casa editrice realizza un anno un bilancio particolarmente lusinghiero, magari perché azzecca un paio di best-seller, l’anno successivo è costretta dagli azionisti a realizzare un guadagno uguale se non maggiore. Se non lo fa, viene penalizzata da un mercato che è basato sulle proiezioni più che sui risultati effettivi. L’eccezione deve insomma diventare la norma. Questo comporta la scomparsa dal catalogo di alcune categorie di libri, e significa anche che le grandi case editrici faranno sempre meno libri di catalogo, cioè libri che continueranno a vendere tra 10 o 20 anni, a favore di libri dal ciclo di vita molto più rapido”.

Per chiedere a Pedullà che rapporto ci sia fra la critica letteraria, e quindi lo scrivere “di scrittori”, e la scrittura di finzione, lo scrivere “da scrittori”, ci facciamo aiutare da uno spunto pungente di Gustave Flaubert: secondo il quale “si fa della critica quando non si può fare dell’arte, nello stesso modo come si diventa spia quando non si può fare il soldato”. Il nostro interlocutore raccoglie la provocazione: “Naturalmente quello di Flaubert è il punto di vista, non proprio benevolo, di un narratore… . Puskin era ancora più severo: i critici letterari non sarebbero altro che dei postini, incaricati di far arrivare a destinazione le missive scritte dagli unici autori veri e propri, ossia poeti e romanzieri! Il XX secolo ha notevolmente rivalutato la posizione del critico, sino a farne uno scrittore nel senso più pieno del termine, un fratellastro se non proprio un fratello. Mi rendo conto di difendere una posizione “romantica” della creazione letteraria: ma personalmente credo che la ragione per cui difficilmente si incontrano critici in grado di competere ad armi pari con poeti e narratori sia che i loro temi rimangono comunque troppo limitati rispetto a coloro che con la parola costruiscono un intero mondo di finzione. Rispetto all’invenzione di un universo poetico, anche soggetti come “Dante” o “la sopravvivenza delle letterature classiche nell’Europa moderna” risultano argomenti limitati. E perché ci sia un grande scrittore c’è bisogno di un grande tema: su questo punto la penso come Melville. Per questo i maggiori critici sono quelli che attraverso la letteratura sconfinano verso la filosofia e riescono a interrogare il senso dell’esistenza e della posizione dell’uomo nel mondo. L’esempio di Giacomo Debenedetti e di Mario Lavagetto, da questo punto di vista, mi pare decisivo”.

Naturalmente preghiamo Pedullà di spiegarci i due esempi. “Quando penso a Debenedetti– riprende – mi riferisco soprattutto a un saggio che si intitola “Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo”, nel quale il grande critico attraverso la trasformazione del personaggio nel romanzo novecentesco traccia un diagramma dell’uomo del ‘900. La letteratura diventa il sintomo attraverso cui interpretare una condizione nel mondo; viene a dialogare con le teorie dei fisici, con la psicoanalisi, diventa una delle diverse manifestazioni di un uomo diverso da quello dei secoli precedenti, come se a inizio ‘900 ci fosse stata una cesura che ha cambiato una volta per tutte le cose. E’ la ragione per cui questo è un saggio essenziale anche per chi non si occupa di letteratura italiana; è come se attraverso la letteratura Debenedetti cogliesse lo spirito essenziale del nostro tempo. Per Lavagetto penso invece a un libro meraviglioso intitolato “La cicatrice di Montaigne”: è un libro sul rapporto fra menzogna e letteratura, ma si può leggere anche come analisi di una serie di classici della letteratura da Omero fino a Proust e oltre; o come una riflessione sul vecchio adagio secondo cui c’è una parentela fra il mentire e “fare letteratura”, cioè raccontare delle storie di finzione; o infine come una domanda sul linguaggio, sulla menzogna nella vita di tutti i giorni, sulla condizione umana radicata nella menzogna altrettanto profondamente che nella verità. Un libro così, che in apparenza interroga dei testi, diventa un libro che veramente indaga la condizione umana, lo stare dell’uomo nel mondo”.

L’argomento scelto per la tavola rotonda di giovedì prossimo ha indotto Vincenzo Guercio ad aprire il suo articolo pubblicato su “L’Eco di Bergamo” del 3 novembre con un interessante richiamo alla disamina impietosa condotta dallo stesso Lavagetto nel libello “Eutanasia della critica”, augurandosi peraltro che iniziative come il Premio Giovane Critica Letteraria possano aiutare a “rinsanguare questo quadro un po’ desolante”. Come ultima domanda, chiediamo allora a Pedullà se pensa che siamo davvero giunti alla “fine della critica” prefigurata dal nostro incontro. “Rispetto a Lavagetto – argomenta il nostro interlocutore – le persone della mia generazione, diciamo i potenziali concorrenti del Premio Giovane Critica, hanno un grande vantaggio: non abbiamo mai visto la stagione del primato della critica, quegli anni Settanta in cui un libro di Roland Barthes vendeva ottantamila copie in prima edizione e in cui sembrava che il centro propulsore della cultura fosse la teoria letteraria.… Solo per questo mi permetto di essere più ottimista o se non altro meno rassegnato di lui. Però i tempi sono pessimi, non c’è dubbio.

E come ho detto è soprattutto la funzione di dissenso insita nel concetto stesso di critica – anche quando si applaude a un libro – che oggi mi sembra sottoposta a un attacco violento, con argomenti naturalmente populistici e finto democratici, come quello secondo cui bisognerebbe parlare di ciò che interessa “davvero” ai lettori dei giornali, vale a dire dei libri che vendono di più. L’analisi di Toqueville sulla morte della democrazia per troppa democrazia, e in generale per la scomparsa di quei corpi intermedi che lui identificava con alcune istituzioni dell’Antico Regime sopravvissute alla Rivoluzione, vale anche per la critica letteraria. Il critico è il mediatore per eccellenza ed è proprio della sua figura che la grande editoria e la grande distribuzione non vogliono sentir parlare perché costituisce una piccola ma fastidiosa limitazione al potere dei numeri. Vogliono sostituirci con i comunicati degli uffici stampa e non è detto che prima o poi non ci riescano. Ma noi resistiamo, o almeno ci proviamo. E l’istituzione del Premio Giovane Critica Letteraria mi sembra un segnale molto incoraggiante”.


a.p.p.