RAIMON PANIKKAR
(a cura di Fulvio Cesare Manara)
Note biografiche

Nato il 2 novembre 1918 a Barcellona da madre spagnola e cattolica, e da padre indiano hindu, partecipa di una pluralità di tradizioni: indiana ed europea, indù e cristiana, scientifica ed umanistica. Suo padre era un industriale indiano, che aveva studiato ingegneria chimica in India e in Gran Bretagna e si era radicato in Catalogna, dove ha incontrato quella che sarebbe stata sua moglie, una catalana, amante delle arti.
Panikkar è un titolo nobiliare del sud dell’India, e designa una casta malabar, nel Kerala. E’ fratello di Salvador Pániker, pensatore spagnolo, industriale, editore e scrittore.

Raimon Panikkar si è laureato in chimica e in filosofia a Madrid, e successivamente in teologia, a Roma.
Ordinato sacerdote cattolico nel 1946, ha lasciato l’Europa per l’India nel 1954, dove fu ricercatore nelle università di Mysore e Varanasi. Ha insegnato poi cultura, religioni e filosofia dell’India in qualità di invitato speciale del governo indiano in diverse università dell’America Latina. Tra il 1960 e il 1963 visse a Roma, e insegnò come libero docente di filosofia della religione presso quella università.
Nel 1966 fu chiamato a Harvard in qualità di Visiting Professor, e successivamente, dal 1972, fu professore di filosofia comparata delle religioni all’Università di S. Barbara, in California, di cui è diventato emerito dal 1987.

Ha pubblicato più di una quarantina di volumi, in diverse lingue, e più di millequattrocento articoli sulla storia delle religioni, la teologia, la filosofia della scienza, la metafisica, l’indologia, le relazioni e il dialogo tra culture e religioni.
Membro dell’Istituto Internazionale di Filosofia (Parigi), del Tribunale permanente dei Popoli (Roma) e della Commissione dell’UNESCO per il dialogo interculturale, è presidente dell’organizzazione non governativa INODEP (Parigi) e del Center for Crosscultural Religious Studies (California), ed è membro di consigli scientifici e redazioni di numerose pubblicazioni accademiche, di alcune delle quali è stato anche fondatore. E’ stato visiting professor in più di cento università, in ogni angolo del mondo, ed ha tenuto e tiene conferenze in ciascuno dei cinque continenti (fra cui le famose Gifford Lectures, che condusse nel 1988-89 su Trinity and Atheism: the Housing of the Divine in the Contemporary World).
Gli sono stati attribuiti vari premi e riconoscimenti a livello internazionale: ultimamente in Italia il “Premio Nonino 2001 a un maestro del nostro tempo”.

Dal 1982 vive a Tavertet, in Catalogna, sulle montagne sopra Barcellona, dove continua la sua ricerca, l’esperienza contemplativa e l’attività culturale. Ivi ha fondato e presiede un centro studi interculturale, chiamato Vivarium, secondo un progetto basato sulla consapevolezza che i problemi della nostra epoca non vadano affrontati con gli strumenti di una sola cultura.


Presentazione


Un’autorità internazionale nella spiritualità, nella storia delle religioni e nel dialogo interculturale: Raimon Panikkar ha fatto della plurivocità interculturale e dialogica una delle caratteristiche non solo della sua ricerca, ma prima di tutto della sua formazione, divenendo un maestro “creatore di ponti”, instancabile nella promozione di dialogo tra cultura occidentale e grandi tradizioni orientali hindu e buddiste.

“La religione non è un esperimento” afferma “ma un’esperienza di vita a cui si approda naturalmente tramite il dialogo e l’apertura. Nessuna religione in assoluto è autosufficiente; solo il confronto e l’apertura verso gli altri porta ad un cammino di completamento che contempla la capacità fondamentale dell’ascolto”.
Panikkar, testimone di un messaggio vivente, ci insegna a vivere la religione, la filosofia e la teologia come un’esperienza piuttosto che come un’ideologia. Chi si accosta alla sua parola, scoprirà questa pratica filosofica e teologica come una maniera di vivere: è per questo che da più parti lo si riconosce come un saggio della contemporaneità. Egli stesso ha incisivamente chiarito che “Io non mi impegno prima di tutto a difendere la mia verità, ma a viverla” (intervista a Missione Oggi). Panikkar non ci coinvolge per il suo percorso intellettuale quanto piuttosto e soprattutto con il suo percorso di vita, ancora così fecondo e aperto, instancabile e giovane.
La grande esperienza di dialogo dialogale si compendia nella sua lucida e critica nozione di identità. In un’intervista, a Giancarlo Zizola che gli chiedeva appunto: “Dove trova una sua identità, in qualche modo?” Panikkar ha risposto: “Perdendola, non cercandola: non volendo attaccarsi ad una identità che ancora non è realizzata, e che non si può trovare certamente nel passato. Allora sarebbe una copia di qualcosa di vecchio. La vita è rischio: l’avventura è novità radicale; la creazione è ogni giorno, una cosa assolutamente nuova, imprevedibile”. (Ecosofia: la nuova saggezza, p.12)
“Più si osa camminare per nuovi sentieri, più si ha bisogno di essere radicati nella propria tradizione e aperti alle altre, che ci rendono consapevoli che non siamo soli e ci permettono di raggiungere una visione più ampia della realtà” (La pienezza dell’uomo, p.19). Così, egli può dire oggi che si considera “al 100% induista e indiano e al 100% cattolico e spagnolo”, così come anche 100% buddista: “Sono partito come cristiano, mi sono scoperto indù e ritorno come buddhista, senza aver mai cessato di essere cristiano”.

Panikkar ci introduce con semplicità rigorosissima a nuove domande con parole talvolta antiche, e ci fa ritrovare un centro e un senso di stabile serenità con parole nuove e provocanti.
E’ infatti capace di ripercorrere in una lettura viva le più varie parole dei testi del passato e della storia. L’esempio mirabile è il lavoro di traduzione di alcuni testi tratti dai Veda, durato una decina d’anni, e che ci ha donato un’antologia di mille pagine, ma si può ricordare anche la sua consuetudine con moltissimi autori del passato del nostro stesso occidente, la cui parola risuona viva per noi attraverso la sua lettura.
Con la opportuna distinzione tra “dialogo dialettico” e “dialogo dialogale” ci mostra che è possibile la crescita verso l’uomo “dialogale”. Con il suo pensiero che si ispira al principio advaita: né monista, né pluralista o panteista: ci propone l’idea di armonia o concordia come più grandi e comprensive di quelle di “unità” o “universalismo”; ma ci guida altresì verso una antropologia a-dualista: alla scoperta di un possibile “invariante umano” che ci si presenta oggi come un universale culturale, e ci fa scoprire che la realizzazione umana non è ancora compiuta e si richiede sempre di nuovo una nuova “iniziazione”. Con la sua acuta critica delle ambiguità del discorso scientifico e della cultura scientifica. Con la proposta di una nuova prospettiva (o consapevolezza) teoantropocosmica o cosmoteandrica; con le sue riflessioni teologiche oltre la cristologia, per una cristofania, che ci svela la “pienezza dell’uomo” mediante anche la riscoperta del Cristo “sconosciuto” dell’induismo. Con il richiamo all’ecosofia, la nuova “saggezza della terra”, e con il suo approccio metafisico che va oltre il mito della storia, e si apre alla tempiternità.

E qui non c’è spazio naturalmente che per un semplice elenco di alcuni dei termini con cui Panikkar ci interroga, e con cui ci invita a pensare dialogando a nostra volta.
Ma quando lo ascoltiamo – al Centro S. Carlo di Milano, o ai Convegni di Cittadella o di “L’Altrapagina”, o ancora in congressi ufficiali in cui si confronta nelle nostre università con scienziati e filosofi – notiamo che i suoi dialoghi ci smuovono a continue prese di coscienza, a nuove forme di consapevolezza, ci suggeriscono realmente “lampi” capaci di tradursi in “lucide e pragmatiche visioni del mondo”, che non rappresentano semplici analisi e interpretazioni del vivere, quanto vere e proprie occasioni di metanoia, possibilità di conversione, o meglio, di trascendimento dell’intelligenza e della razionalità. Oltre la nostra difficoltà di mettere insieme e conciliare scienza con coscienza, egli piuttosto ci indica la via di una conoscenza che libera, il nuovo sguardo del “terzo occhio”, oltre ogni dottrina o ogni etichetta.
Dal dialogo tra le religioni alla convivenza pacifica fra i popoli; dalla riflessione sul destino della civiltà tecnologica, che conduce ad una critica della tecnocrazia (vera “schiavitù dell’essere umano”) alla grande attenzione verso l’intelligenza politica e sociale; dal riconoscimento che ogni dialogo interreligioso si fonda su un dialogo intrareligioso, alla proposta di una aperta conoscenza delle altre religioni, di cui è fecondo mediatore; dai contributi fecondi a sostegno dell’intercultura, come progetto e possibilità, alla inesausta ricerca sulla nonviolenza e la pace; dalla acuta analisi della crisi della spiritualità – in particolare di quella occidentale – alla proposta della meditazione ed alla riscoperta del “sentirsi monaco”; dall’invito al colligite fragmenta come cammino di integrazione della realtà, alla aperta proposta di una nuova innocenza e di un cammino personale di “divinizzazione”.

Raimon Panikkar: un autore che a volte può irritarci, ma di una sana inquietudine; che ci provoca, chiamandoci a un pensiero a volte destabilizzante e sconvolgente rispetto alle nostre cornici culturali e ai nostri schemi teorici. Un autore che – essendo così ponte vivente di dialogo – ci coinvolge senza che ce ne accorgiamo in un aperto processo interculturale, rincuorandoci con il suo saggio sorriso e la sua speranza vivente.