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Cristina
Comencini, "L'illusione del bene"
Giovedì 6 marzo - ore 18.00

Il protagonista è un uomo svuotato, malinconico, deluso.
Ha creduto con passione all’ideale comunista e, dopo quasi
dieci anni, non si è ancora del tutto rassegnato al crollo
di un mondo e alla resa di quanti, come lui, avevano coltivato
quella fede politica. Mario ha creduto con altrettanta passione
nella famiglia, e ha cercato di crearsene una: non ci è riuscito,
nonostante abbia cresciuto con dedizione e con pazienza prima
i figli della moglie e poi quello nato dal suo matrimonio. E
nemmeno le dinamiche del fallimento del rapporto coniugale gli
sono poi molto chiare: l’amore che lo lega ai tre figli
rimane dunque l’unica certezza della sua vita. Anche sul
fronte professionale – è giornalista televisivo – sente
fatiche e stanchezze: con la vittoria della destra è stato
epurato e adesso vivacchia in radio, senza più desideri
né ambizioni. L’incontro occasionale con Sonja,
una giovane pianista russa che vive con l’altera nonna
e la figlia di pochi anni, lo risucchia in una storia tragica
e misteriosa che di donna in donna risale verso il tassello mancante,
verso quel buio di domande senza risposta che è diventato
il suo tormento.
Divisa tra cinema, teatro e letteratura, con questo lavoro Cristina
Comencini ci regala l’ennesima dimostrazione della sua
duttilità stilistica e del suo coraggio. La durezza del
tema trattato nel suo precedente impegno cinematografico, gli
abusi da parte del padre subiti dalla protagonista del film La
bestia nel cuore, le era valsa una nomination agli Oscar come
miglior film straniero nel 2005. Oggi il tema tutto umano del
dramma familiare e psicologico lascia il posto a una riflessione
che coinvolge un’intera generazione alla prese con la perdita
dei suoi ideali.
Cristina Comencini, "L'illusione
del bene" - Feltrinelli, pp 216, € 14,00.
Scheda tecnica a cura dell’Associazione
Premio Nazionale di Narrativa Bergamo
Andrej
Longo, "Dieci"
Giovedì 13 marzo - ore 18.00

Andrej Longo è uno scrittore di piccole storie, frammenti
in cui si riflette, come in un caleidoscopio, il cosmo intero.
Sin dal suo esordio in Più o meno alle tre, costruisce
i propri racconti attraverso la compressione progressiva della
narrazione che si sviluppa non mediante descrizioni, bensì utilizzando
solo il dialogo. Nel parlato napoletano, stretto ma non strettissimo,
c’è già tutto lo svolgimento della storia.
La lingua funziona come una molla che si comprime via via, sino
a che non scatta con un colpo secco nel finale. L’energia è nel
ritmo delle frasi, nella cadenza delle voci, nella polifonia
che paradossalmente è sempre una musica per voce sola.
Longo è bravissimo a riattivare ciò che giace inerte
nel linguaggio collettivo e privato. Questo perché in
ogni singola voce dei suoi racconti c’è sempre qualcosa
d’altro, un mondo, quello esterno, che è privato
e pubblico nel medesimo tempo. Longo sembra amare i titoli con
i numeri: Dieci sono i comandamenti di cui egli ci dà la
sua particolare versione. L’abilità dello scrittore
nato a Ischia consiste nell’evitare il patetico, il ridondante,
e al tempo stesso di chiudere il racconto prima che la tragedia
ricada su se stessa. C’è qualcosa in lui del narratore
orale, quello che Walter Benjamin diceva scomparso. Ognuno dei
personaggi che mette in scena – la ragazzina incinta, il
cantante da matrimonio, il guappo, l’innamorato, ecc. – possiede
il tono del perdente radicale: sconta la propria identità già nella
prima frase, nell’attacco e negli intercalari, nelle frasi
fatte. In quel tratto linguistico c’è tutta la delusione
dell’essere al mondo, in questo mondo che è poi
Napoli. Alcuni di questi racconti valgono un’inchiesta
sociologica, pur non avendo nulla a che fare con la sociologia.
Forse perché ogni personaggio di Longo è già esso
stesso una società a sé: la società della
solitudine e della sconfitta.
Andrej Longo, "Dieci" - Adelphi, pp. 144, € 15,00
Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale
di Narrativa Bergamo
Andrea
Bajani ,
"Se consideri le colpe"
Giovedì 20 marzo - ore 18.00

Alla letteratura italiana non si confà il tragico. Tende,
a seconda delle preferenze, e con rarissime eccezioni, alla commedia,
comica o patetica. Lo fa in obbedienza alla tradizione, quella
dantesca, ma anche per il carattere del nostro paese: tristezza
e commozione, malinconia e mestizia. Gran parte del cinema italiano
contemporaneo è così: non tocca mai il tragico,
anche quando racconta tragedie. Siamo cattolici, non protestanti.
Andrea Bajani ha scritto un libro improntato alla tristezza e
alla malinconia: Se consideri le colpe. Il titolo descrive perfettamente
il senso di questo romanzo scritto in modo efficace e calibrato.
Il miglior libro di Bajani, giovane scrittore e buona promessa
della nostra letteratura. Per come racconta la storia – una
storia famigliare: una madre emigrata, o meglio scappata in Romania,
a fare l’imprenditrice, e il figlio, voce narrante, che
la raggiunge là, dopo la sua morte –, più che
ad altri romanzi, fa pensare al cinema, ai film di Silvio Soldini,
in particolare, per la malinconia e il senso di fallimento. Bajani è bravo
soprattutto nell’usare il silenzio. Se nel cinema è più agevole
da rendere, nella letteratura appare arduo. Ma Bajani ci riesce:
nel suo racconto il non detto è più importante
del detto. Ha scritto un libro che abolisce la virgolette dei
discorsi diretti e trasforma tutto in un unico discorso, monologo
del protagonista, che tuttavia è fatto più di elisioni
ed esclusioni che non di affermazioni. Questo romanzo è la
perfetta metafora di un paese – il nostro – che affonda
nella tristezza fingendo nel contempo passioni che non possiede
più.
Andrea Bajani ,
"Se consideri le colpe" - Einaudi, pp. 170, € 14,00
Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale
di Narrativa Bergamo
Laura
Pugno, "Sirene"
Giovedì 27 marzo - ore 18.00

In un futuro imprecisato ma spaventosamente vicino, gli uomini
hanno costruito rifugi sotto l’oceano per ripararsi dalla
luce del sole. E negli abissi hanno scoperto una specie nuova,
così favolosa e leggendaria da volerla subito imprigionare.
Le sirene sono feroci e bellissime donne del mare: hanno capelli
azzurro vivo, capezzoli verdecupo, il muscolo della coda capace
di spezzare in un istante la schiena del maschio. Scoprono
piccoli denti perlati e affilatissimi quando schiudono le labbra
per emettere il loro richiamo, un canto che fa impazzire i
cani – e forse anche gli uomini. Un’atmosfera sospesa
e sensuale domina questa favola nera: la scrittura di Laura
Pugno ha una potenza incantatrice, capace di coniugare visioni
apocalittiche e inquietudini del nostro presente in un unico,
ipnotico racconto di amore e di morte. Una nuova razza animale
(animale?) è quella delle sirene, che gli umani allevano
e ammazzano per divorare una carne dal gusto supremo e quasi
metafisico. Ma le sirene, femminilità allo stato puro
in corpi muscolosi guizzanti e madreperlacei di cetaceo, sono
anche oggetto di un desiderio sessuale sfrenato, soprattutto
da parte dei maschi ricchi e potenti. Il mondo agonico degli
esseri umani è iper-tecnologico e dominato da una mafia “yakuza” onnipresente,
feroce e insieme curiosamente accorta e talora sorprendente.
Tuttavia, violenza e tortura regnano sempre, fra i superstiti,
mentre il cancro nero continua a mietere vittime. Un romanzo
di poco meno di centocinquanta pagine, ma con la lingua fredda
della “sprezzatura” tecnologica propria della migliore
fantascienza e con l’intelligenza simbolica della più precisa
e rigorosa narrativa dell’incubo. E soprattutto con una
tensione costruttiva davvero in gommacciaio, solida senza incrinature
e di una duttilità perlacea in superficie. Laura Pugno,
in compagnia delle più recenti signorine delle nostre
lettere, sembra proprio una tremenda sirena.
Laura Pugno, "Sirene" - Einaudi, pp.148, € 11,00
Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale
di Narrativa Bergamo
Pietro
Grossi, "L'acchito"
Giovedì 3 aprile - ore 18.00

Un aggettivo definisce il libro di Pietro Grossi, L’acchito:
onesto. C’è infatti nella prosa del giovane scrittore
fiorentino, non ancora trentenne, come nella trama della sua
novella, qualcosa di retto, dritto, lineare. Del resto, il titolo
stesso vi allude: la posizione della palla nel gioco del bigliardo
all’inizio, acchito da “quieto”. Dino per poter
accedere all’insegnamento di Cirillo, maestro del bigliardo,
deve compiere un piccolo esercizio zen: lanciare la palla dritta
davanti a sé, e farla ritornare nel medesimo punto. Gli
riesce e viene iniziato a un gioco che si contrappone simbolicamente
alla sua esistenza. O meglio, alla sua vita che, da calma e quieta,
per uno scarto del destino, si complica d’improvviso: la
deviazione incolpevole. Dino posa ciottoli e alla sera va a giocare
al bigliardo. A casa lo attende Sofia, la moglie, con cui da
anni fantastica viaggi favolosi che non fa mai: sostituiscono
il figlio che non viene. Poi Sofia resta incinta. E accadono
una serie di fatti in un breve lasso di tempo: il Comune decide
di passare all’asfalto e liberarsi dei posatori di ciottoli;
Dino lascia il lavoro e si mantiene vincendo tornei di bigliardo;
infine, qualcuno mette una bomba nella sede municipale. L’autore
del gesto è un uomo che lavora con Dino: vendetta contro
un presunto atto di corruzione. Dino lo porterà in salvo
ignaro che nella sua vita si sta consumando una tragedia. Grossi,
alla seconda prova, ci consegna una novella in stile toscano,
frammento di un possibile Novellino contemporaneo. Onesto viene
da “onore”, e di questo in definitiva si tratta nel
libro: l’onore dell’uomo e insieme l’onere,
il suo peso.
Pietro Grossi, "L'acchito" - Sellerio, pp.
199, € 12.
Scheda tecnica a cura dell’Associazione Premio Nazionale
di Narrativa Bergamo
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