C’è un passo, quasi alla fine di “S’è fatta
ora”, in cui il quarantenne protagonista, alle prese con
dilemmi cruciali (“è giusto fare sempre le cose giuste?”),
ricorda un “pomeriggio decisivo” per la sua formazione,
nel luglio di diciassette anni prima. Fu allora che Vincenzo Postiglione
affrontò la lettura delle lettere di Anton Cechov con tanto
trasporto da rimanere intento in quest’occupazione per tutta
l’estate. L’aveva colpito in particolare una lettera
del 1881, con una riflessione sulla battaglia di Borodino descritta
da Lev Tolstoj in “Guerra e pace”: e specialmente sulla
sorte del principe Andréj, ferito in combattimernto e poi
morto per la cancrena dopo giorni (e pagine) di agonia. Cechov,
che era stato medico in provincia, commentava: “Se fossi
stato vicino al principe Andréj, io l’avrei salvato”.
Ma come? Nella pratica medica, come nella letteratura, Cechov seguiva
un suo metodo:“annotare con precisione e attenzione, vagliando
caso per caso, senza mai esagerare”. Così si potevano
evitare esagerazioni ed errori (“perchè non tutte
le ferite puzzano di morte”...); e a volte persino (come
capitò allo stesso Cechov, malato e malfermo, in un teatro
di Mosca) si poteva sperare di ottenere in cambio, un giorno, la
stessa vigile attenzione. In fondo – concludeva Postiglione
dopo quasi due pagine di rimembranze cechoviane – “dipende
tutto da lui”, dallo scrittore e “da come rappresenta
il mondo”.
In questo libro, come nel precedente “Passa la bellezza”,
l’intera rappresentazione del mondo secondo Antonio Pascale
passa attraverso gli scatti e le cogitazioni di un alter ego moralista
e umorale: Postiglione.
Perchè – gli chiediamo – ha scelto un personaggio
così simile a lei, quasi una controfigura, a cominciare
da età, professione, stato civile?
“Proviamo a capovolgere la domanda: basta un personaggio
letterario che abbia la stessa età, lavoro e stato civile
del narratore per poter affermare con certezza che si tratta di
autobiografia? A questa domanda risponderei: a) no, non basta;
b) è davvero importante saperlo?
La biografia è il racconto, sempre un po’ falsato,
della propria vita (il mio libro più autobiografico è un
reportage, “La città distratta”); “S'è fatta
ora” è il racconto della vita di Postiglione. Postiglione
ha un padre poliziotto, io no; Postiglione ha un figlio, io due;
Postiglione ha una moglie che per mestiere fa la postulatrice della
vita dei santi, io no. La madre di Postiglione è morta;
la mia, per fortuna, sta benissimo. Potrei continuare per ribadire
le differenze”.
Prendendo le distanze da Postiglione, si allontana
anche dall’autobiografia?
“Quello che mi importa come narratore è creare un
personaggio, dotarlo di un carattere e farlo reagire con certe
cose del mondo che vedo con preoccupazione. In altre parole: fare
in modo che le avventure e le considerazioni di Postiglione riguardino
un po’ me stesso (questa somiglianza non deve essere scambiata per autobiografia!),
ma anche altre persone.
Il personaggio, poi, è un filtro: “è importante
ricordare, è ancora più importante dimenticare” – diceva
Rainer Maria Rilke. Allora il personaggio è proprio l'enzima
che, quando funziona, catalizza questa reazione: ricordo/dimenticanza
uguale narrativa”.
Il titolo – "S'è fatta ora" – non rimanda
solo all'urgenza del tempo, ma preannuncia un cambiamento ("da
ora, si cambia passo!") e allude pure a quella "misura" che
il protagonista cerca in tutte le cose. A un certo punto, insomma,
bisogna lasciare qualcosa per qualcos’altro, più importante
o necessario. Ci sono altri significati?
“No, queste definizioni mi stanno bene e sono già di
per sè strumenti utili per interpretare il libro. Crescere
significa avere ricordi ma non rimpianti. Il rimpianto è una
specie di frustrazione che ci impedisce di crescere, e spesso nemmeno
i romanzi crescono quando il sottotesto è il rimpianto. Il
ricordo, invece, ci dà forza.
Postiglione è così analitico e simbolico insieme perché le
due dimensioni sono importanti per affrontare il tema del ricordo.
Analizzare il ricordo, e farne allo stesso momento un simbolo, significa
far scontrare ragione e mistero. E creare tensione, inquietudine”.
"Autobiografia contraffatta", "romanzo di formazione", "raccolta
di racconti concatenati"... i critici si sono sbizzarriti anche sulla forma
di questo libro. Lei come l’ha pensato?
“Forse hanno ragione loro, forse ho ragione io: a loro piace il romanzo,
a me la “fiction”; a loro piace la narrazione pura, a me piace la
narrazione ma anche la riflessione sulla narrazione. A loro piace un personaggio
che reagisce contro un evento inaspettato; a me un personaggio che reagisce contro
piccoli e quasi inutili accadimenti. Romanzo e fiction. “S'è fatta
ora” è una fiction.
Il personaggio muta con lentezza perché affronta piccole imprese. Non è un
eroe, non uccide nessun drago: è una persona comune che cerca di rispondere
a una domanda elementare: cosa posso vivere con più attenzione in questo
mondo?”
Marco Belpoliti l'ha definita "un narratore egotico a bassissimo voltaggio".
Questo “io” riflessivo, raziocinante, positivo, disincantato, a volte
nevrotico, talora conflittuale.... fa pensare a un lungo lavoro analitico. Vede
un rapporto fra psicoanalisi e scrittura?
“Ho molti amici e familiari analisti, ma non sento il bisogno di affrontare
l'analisi nella mia vita. A una certa età ho imparato che c'è un
piacere a coltivare i propri vizi e i propri difetti. Le proprie ossessioni.
Basta dichiararlo, così che gli altri possano organizzarsi!
Il rapporto tra scrittura e analisi esiste. Ogni tentativo di raccontare è un
tentativo di conoscere se stessi, ovvero: dove ci poniamo noi all'interno di
questo racconto? Dunque un racconto è una seduta d'analisi. La piccola
scaltrezza è fare in modo che tutto questo non si veda, che non si notino
il lettino, l'analista e il paziente”.
Questo libro dichiara un debito verso Cechov: nello sguardo "clinico" sulle
cose, nella poetica "antiromantica", nella "misura" ("lo
scrittore deve attenersi ai dati, l'unico modo per non esagerare con le ferite,
quelle dei suoi personaggi e quelle del mondo") della narrazione. Come mai
lo sente così vicino?
“Perché Cechov era un medico che lavorava duramente, amava la scienza
senza essere un fanatico del progresso, non voleva salvare il mondo, non credeva
alla supremazia delle idee nè a quella della politica. Credeva alla netta
separazione (in narrativa) tra la conoscenza e il giudizio, tra il processo e
la sentenza.
E poi: perché i suoi sono racconti profondamente umani. Tutti i suoi racconti
cercano di rispondere a questa domanda: perché Iddio concede questi occhi
malinconici a questi disgraziati, inetti, deboli? E perché questi disgraziati
ci piacciono tanto?”
Una delle cose che più colpiscono il lettore è la capacità di
affrontare temi forti, anche dolorosi, con una certa "leggerezza",
senza affondare tra i drammi umani, senza calcare la penna. Non è solo
osservanza cechoviana... ma quali sono gli altri ingredienti?
“Vari fattori. Non mi piace il melodramma, cioè quel tipo di narrazione
dove ci sono circostanze spiacevoli e delicate vittime che devono lottare contro
di esse. Non mi piace calcare i toni sulle circostanze sfavorevoli solo per mettere
in bella luce sia il personaggio (eroe) sia il narratore (come dire, una soddisfazione
narcisistica!). Nè mi piace “invadere” il lettore, dargli
un pugno allo stomaco, perché non sono un marine nè un pugile:
sono pacifico e credo che la letteratura sia uno strumento pacifico che promuove
l'ascolto delle esperienze altrui.
Dunque la letteratura si basa su un presupposto: l'altro da me esiste e va avvicinato.
Meglio, però, se l'avviciniamo avendo di noi stessi un’idea quanto
più possibile chiara”.
Può indicare alcune parole che le piacciono, che
hanno a che fare con questo libro e che possono aiutarci a capirlo, anche come
chiavi di lettura?
“Una serie di opposti: sì alla “manutenzione”, no alla “cura”.
No alla coscienza definitiva, all'identità stabile: sì al tentativo
di prendere coscienza con tremore e esitazione che esistiamo e ci definiamo solo
nel confronto”.
“Quando si alzò dalla sedia aveva le idee più chiare” – racconta
Pascale del suo protagonista, che aveva meditato a lungo su Cechov: e, grazie
a lui, sul suo personale rapporto con il mondo e sul dubbio che... avere un brutto
carattere non fosse poi così indispensabile. Almeno su questo libro le
idee più chiare, adesso, le abbiamo anche noi.
Alberto Pesenti Palvis (pubblicista,
collaboratore del Premio)