XXV edizione 2009


 Intervista con Antonio Pascale

Antonio Pascale parla di “S’è fatta ora”
RICORDARE E DIMENTICARE: SI CRESCE COSI’


C’è un passo, quasi alla fine di “S’è fatta ora”, in cui il quarantenne protagonista, alle prese con dilemmi cruciali (“è giusto fare sempre le cose giuste?”), ricorda un “pomeriggio decisivo” per la sua formazione, nel luglio di diciassette anni prima. Fu allora che Vincenzo Postiglione affrontò la lettura delle lettere di Anton Cechov con tanto trasporto da rimanere intento in quest’occupazione per tutta l’estate. L’aveva colpito in particolare una lettera del 1881, con una riflessione sulla battaglia di Borodino descritta da Lev Tolstoj in “Guerra e pace”: e specialmente sulla sorte del principe Andréj, ferito in combattimernto e poi morto per la cancrena dopo giorni (e pagine) di agonia. Cechov, che era stato medico in provincia, commentava: “Se fossi stato vicino al principe Andréj, io l’avrei salvato”.
Ma come? Nella pratica medica, come nella letteratura, Cechov seguiva un suo metodo:“annotare con precisione e attenzione, vagliando caso per caso, senza mai esagerare”. Così si potevano evitare esagerazioni ed errori (“perchè non tutte le ferite puzzano di morte”...); e a volte persino (come capitò allo stesso Cechov, malato e malfermo, in un teatro di Mosca) si poteva sperare di ottenere in cambio, un giorno, la stessa vigile attenzione. In fondo – concludeva Postiglione dopo quasi due pagine di rimembranze cechoviane – “dipende tutto da lui”, dallo scrittore e “da come rappresenta il mondo”.
In questo libro, come nel precedente “Passa la bellezza”, l’intera rappresentazione del mondo secondo Antonio Pascale passa attraverso gli scatti e le cogitazioni di un alter ego moralista e umorale: Postiglione.

Perchè – gli chiediamo – ha scelto un personaggio così simile a lei, quasi una controfigura, a cominciare da età, professione, stato civile?

“Proviamo a capovolgere la domanda: basta un personaggio letterario che abbia la stessa età, lavoro e stato civile del narratore per poter affermare con certezza che si tratta di autobiografia? A questa domanda risponderei: a) no, non basta; b) è davvero importante saperlo?
La biografia è il racconto, sempre un po’ falsato, della propria vita (il mio libro più autobiografico è un reportage, “La città distratta”); “S'è fatta ora” è il racconto della vita di Postiglione. Postiglione ha un padre poliziotto, io no; Postiglione ha un figlio, io due; Postiglione ha una moglie che per mestiere fa la postulatrice della vita dei santi, io no. La madre di Postiglione è morta; la mia, per fortuna, sta benissimo. Potrei continuare per ribadire le differenze”.

Prendendo le distanze da Postiglione, si allontana anche dall’autobiografia?

“Quello che mi importa come narratore è creare un personaggio, dotarlo di un carattere e farlo reagire con certe cose del mondo che vedo con preoccupazione. In altre parole: fare in modo che le avventure e le considerazioni di Postiglione riguardino un po’ me stesso (questa somiglianza non deve essere scambiata per autobiografia!), ma anche altre persone.
Il personaggio, poi, è un filtro: “è importante ricordare, è ancora più importante dimenticare” – diceva Rainer Maria Rilke. Allora il personaggio è proprio l'enzima che, quando funziona, catalizza questa reazione: ricordo/dimenticanza uguale narrativa”.

Il titolo – "S'è fatta ora" – non rimanda solo all'urgenza del tempo, ma preannuncia un cambiamento ("da ora, si cambia passo!") e allude pure a quella "misura" che il protagonista cerca in tutte le cose. A un certo punto, insomma, bisogna lasciare qualcosa per qualcos’altro, più importante o necessario. Ci sono altri significati?

“No, queste definizioni mi stanno bene e sono già di per sè strumenti utili per interpretare il libro. Crescere significa avere ricordi ma non rimpianti. Il rimpianto è una specie di frustrazione che ci impedisce di crescere, e spesso nemmeno i romanzi crescono quando il sottotesto è il rimpianto. Il ricordo, invece, ci dà forza.
Postiglione è così analitico e simbolico insieme perché le due dimensioni sono importanti per affrontare il tema del ricordo. Analizzare il ricordo, e farne allo stesso momento un simbolo, significa far scontrare ragione e mistero. E creare tensione, inquietudine”.

"Autobiografia contraffatta", "romanzo di formazione", "raccolta di racconti concatenati"... i critici si sono sbizzarriti anche sulla forma di questo libro. Lei come l’ha pensato?

“Forse hanno ragione loro, forse ho ragione io: a loro piace il romanzo, a me la “fiction”; a loro piace la narrazione pura, a me piace la narrazione ma anche la riflessione sulla narrazione. A loro piace un personaggio che reagisce contro un evento inaspettato; a me un personaggio che reagisce contro piccoli e quasi inutili accadimenti. Romanzo e fiction. “S'è fatta ora” è una fiction.
Il personaggio muta con lentezza perché affronta piccole imprese. Non è un eroe, non uccide nessun drago: è una persona comune che cerca di rispondere a una domanda elementare: cosa posso vivere con più attenzione in questo mondo?”

Marco Belpoliti l'ha definita "un narratore egotico a bassissimo voltaggio". Questo “io” riflessivo, raziocinante, positivo, disincantato, a volte nevrotico, talora conflittuale.... fa pensare a un lungo lavoro analitico. Vede un rapporto fra psicoanalisi e scrittura?

“Ho molti amici e familiari analisti, ma non sento il bisogno di affrontare l'analisi nella mia vita. A una certa età ho imparato che c'è un piacere a coltivare i propri vizi e i propri difetti. Le proprie ossessioni. Basta dichiararlo, così che gli altri possano organizzarsi!
Il rapporto tra scrittura e analisi esiste. Ogni tentativo di raccontare è un tentativo di conoscere se stessi, ovvero: dove ci poniamo noi all'interno di questo racconto? Dunque un racconto è una seduta d'analisi. La piccola scaltrezza è fare in modo che tutto questo non si veda, che non si notino il lettino, l'analista e il paziente”.

Questo libro dichiara un debito verso Cechov: nello sguardo "clinico" sulle cose, nella poetica "antiromantica", nella "misura" ("lo scrittore deve attenersi ai dati, l'unico modo per non esagerare con le ferite, quelle dei suoi personaggi e quelle del mondo") della narrazione. Come mai lo sente così vicino?

“Perché Cechov era un medico che lavorava duramente, amava la scienza senza essere un fanatico del progresso, non voleva salvare il mondo, non credeva alla supremazia delle idee nè a quella della politica. Credeva alla netta separazione (in narrativa) tra la conoscenza e il giudizio, tra il processo e la sentenza.
E poi: perché i suoi sono racconti profondamente umani. Tutti i suoi racconti cercano di rispondere a questa domanda: perché Iddio concede questi occhi malinconici a questi disgraziati, inetti, deboli? E perché questi disgraziati ci piacciono tanto?”

Una delle cose che più colpiscono il lettore è la capacità di affrontare temi forti, anche dolorosi, con una certa "leggerezza", senza affondare tra i drammi umani, senza calcare la penna. Non è solo osservanza cechoviana... ma quali sono gli altri ingredienti?

“Vari fattori. Non mi piace il melodramma, cioè quel tipo di narrazione dove ci sono circostanze spiacevoli e delicate vittime che devono lottare contro di esse. Non mi piace calcare i toni sulle circostanze sfavorevoli solo per mettere in bella luce sia il personaggio (eroe) sia il narratore (come dire, una soddisfazione narcisistica!). Nè mi piace “invadere” il lettore, dargli un pugno allo stomaco, perché non sono un marine nè un pugile: sono pacifico e credo che la letteratura sia uno strumento pacifico che promuove l'ascolto delle esperienze altrui.
Dunque la letteratura si basa su un presupposto: l'altro da me esiste e va avvicinato. Meglio, però, se l'avviciniamo avendo di noi stessi un’idea quanto più possibile chiara”.

Può indicare alcune parole che le piacciono, che hanno a che fare con questo libro e che possono aiutarci a capirlo, anche come chiavi di lettura?

“Una serie di opposti: sì alla “manutenzione”, no alla “cura”. No alla coscienza definitiva, all'identità stabile: sì al tentativo di prendere coscienza con tremore e esitazione che esistiamo e ci definiamo solo nel confronto”.
“Quando si alzò dalla sedia aveva le idee più chiare” – racconta Pascale del suo protagonista, che aveva meditato a lungo su Cechov: e, grazie a lui, sul suo personale rapporto con il mondo e sul dubbio che... avere un brutto carattere non fosse poi così indispensabile. Almeno su questo libro le idee più chiare, adesso, le abbiamo anche noi.

Alberto Pesenti Palvis (pubblicista, collaboratore del Premio)