Alberto Bertoni - "Per Luigi Meneghello"


Alberto Bertoni, professore di Letteratura italiana contemporanea nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, ricorda Luigi Meneghello (1922-2007) in apertura della serata commemorativa intitolata “Resta in mano una crisalide”. L’incontro, nell’ambito della rassegna “Bergamopoesia 2007”, si è svolto nella Sala Capitolare del Convento di S. Francesco a Bergamo il 10 luglio dello scorso anno. Di seguito la trascrizione del breve intervento:


I veri scrittori, come i veri artisti, hanno il grande privilegio di continuare a vivere anche dopo la loro morte biografica. Continuano a vivere nei fatti e non solo perché noi li ricordiamo, con grande commozione, in occasione dei loro anniversari.
Ma i veri scrittori continuano a vivere finché ci sono persone che danno fiato e respiro alle loro parole. Se queste parole sono di stoffa leggera e pregiatissima, destinate a volare, allora uomini come Luigi Meneghello possono veramente continuare a vivere. Hanno però bisogno di persone che restituiscano alle loro parole quel respiro che avevano in origine. Il modo migliore per ricordare Luigi Meneghello è quindi quello di farlo parlare, di ridargli la parola. Come stiamo per fare questa sera.

Premetto solo un’annotazione legata al mio lavoro di studioso di letteratura italiana contemporanea e anche al senso della mia presenza stasera. Credo profondamente che la mappa del Novecento letterario europeo, e italiano in particolare, debba essere riscritta. Ci sono stati scrittori e movimenti che fin dall’inizio si può dire abbiano lavorato per la storia della letteratura, e che nella storia della letteratura sono entrati subito, senza difficoltà. Penso per esempio a Luigi Pirandello; penso a Italo Calvino; penso oggi a Pier Paolo Pasolini. Pasolini è stato un grandissimo critico e un grandissimo regista. Ho rivisto recentemente, uno dopo l’altro, tutti i suoi film e sono convinto che sia stato uno dei registi cinematografici più durevoli e forti che ci siano stati nel mondo occidentale: all’altezza di Stanley Kubrick, per dire un nome. Ma non è stato un grande narratore. E tuttavia le accademie e i miei colleghi si arrabattano ancora dietro un brogliaccio come “Petrolio”. A un certo punto, bisogna anche dire che lo si è letto, e che in fondo “Petrolio” è un libro importante. Resta però un quaderno non realizzato e dunque un romanzo non riuscito. Ciononostante Pasolini occupa oggi un posto assolutamente di rilievo nella corrente principale della nostra storia letteraria. Credo, invece, che solo il tempo potrà definire gli autentici rapporti di forza e di qualità nell’ambito del Novecento, e del Novecento narrativo in particolare. Pensate a Italo Svevo: è “diventato Svevo” solo cinquant’anni dopo l’uscita de “La coscienza di Zeno”, nel 1923. Era il 1974: nella Facoltà di Lettere di Bologna, Ezio Raimondi entrava in aula per la prima lezione annunciando che l’argomento del suo corso sarebbe stato “La coscienza di Zeno”. Ebbene: su 300 matricole, provenienti dai licei classici o scientifici di tutta la regione, l’avevamo letto in tre. Tre su trecento. Ma oggi Svevo è entrato a pieno titolo nel canone europeo.

Insieme con Luigi Meneghello, voglio adesso citarvi tre grandissimi autori che però qualcuno continua a considerare, inspiegabilmente, “minori”.
Il primo è Goffredo Parise, veneto come Meneghello: se leggete il suo libro postumo “L’odore del sangue” – ed io diffido dei libri postumi: quasi sempre non ci credo fino in fondo oppure ne sono deluso! – vi trovate davanti a un capolavoro assoluto della letteratura europea. Ma è un libro già sparito dalla circolazione, che forse in libreria non trovate più.
Il secondo è un mio concittadino, un modenese, del quale si celebra quest’anno (2007) il centenario della nascita: Antonio Delfini. Se leggete – si trova ancora! – l’introduzione (1956) dei racconti de “Il ricordo della Basca”, trovate anche lì un testo di qualità altissima.
Il terzo è uno scrittore al quale Meneghello ha dedicato pagine preziose, acutissime, in un libriccino (spero riusciate ancora a trovarlo) che s’intitola “Quaggiù nella biosfera. Tre saggi sul lievito poetico delle scritture”: Beppe Fenoglio, anche lui “scrittore della Resistenza”, l’autore de “Il partigiano Johnny”. Verso questo libro – un altro “non finito”! – Meneghello avvertiva compiutamente il senso di un dialogo, di un percorso comune con “I piccoli maestri”.
Tutti e quattro – i tre citati e Meneghello – sono scrittori che, riconosciuti nella loro grandezza, ci permetterebbero – e ci permetteranno – di riscrivere completamente la mappa dei rapporti del nostro Novecento narrativo: almeno per quanto riguarda la seconda metà, ma direi in assoluto.

Luigi Meneghello è semplicemente un gigante in questa prospettiva. E’ un gigante perché – sempre da questo punto di vista – è stato anche fortunato. Come molti della sua generazione (era nato nel 1922) ha fatto la guerra; e – benché amasse chiamarla “guerra civile” – l’ha combattuta dalla parte giusta.
Però, finita la guerra, Meneghello si è subito reso conto che il contesto italiano diviso tra le due “chiese” – il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana – non gli offriva la libertà necessaria. Non poteva offrirla a uno scrittore formato dalla Resistenza, che desiderava profondamente fare lo scrittore e aveva tutte le qualità per farlo. Forse non offriva nemmeno l’educazione alla sensibilità necessaria.
E così Meneghello, cogliendo al volo un’occasione che gli si era presentata, è partito per Reading, nella valle del Tamigi vicino a Londra, e là è vissuto per mezzo secolo. A Reading ha insegnato letteratura italiana, in sintonia singolare con un altro protagonista assoluto della nostra letteratura, questa volta dal punto di vista critico e dell’insegnamento universitario: Carlo Dionisotti, autore di uno dei testi più straordinari e basilari – anche rispetto alle problematiche attuali – della critica europea, a livello dei grandi libri di Eric Auerbach e di Ernst Robert Curtius. Parlo di “Geografia e storia della letteratura italiana”, dove per la prima volta il termine “geografia” viene prima del termine “storia”, e dove si ridisegnano anche i rapporti tra gli autori.
Quelli di Meneghello e di Dionisotti sono stati due percorsi in assoluto parallelo. Meneghello ha portato nella nostra cultura la freschezza, la non-ideologia, la libertà di non-appartenere necessariamente a una delle due chiese, l’allontanamento da una prospettiva crociana che – per tanti aspetti – è stata limitante. Insomma: noi a scuola abbiamo fatto – e purtroppo in molti casi continuiamo a fare – “storia della letteratura italiana” e non “letteratura italiana”. Questo significa che si fanno delle gran categorie critico-astrattive, ma non si leggono tanto i testi: e questo è uno dei limiti più gravi.
Tutti i libri e tutti i saggi di Meneghello si muovono esattamente nell’altra direzione: dunque “partiamo dalla lingua, partiamo dai testi, lavoriamo sui testi e portiamo il lavoro del lettore accanto al lavoro dello scrittore”.

Quando Meneghello esordisce nel 1963 – ha già più di quarant’anni – il dibattito del momento è: “Neoavanguardia (quindi un certo tipo di rivoluzione formale) o contenutismo”? “Neorealismo o linea Gadda-Arbasino”?
E Meneghello scrive un libro – “Libera nos a Malo” – che non si può rinchiudere dentro categorie. Che cos’è? E’ un’autobiografia? E’ un poema (perché è una prosa che ha dentro tutto il ritmo della poesia), un testo pieno di filastrocche, di testi apparentemente infantili? Soprattutto, è un testo che mette finalmente in rilievo (lo aveva già fatto Carlo Emilio Gadda: a un livello persino più elevato di Meneghello, ma anche con un indice di difficoltà infinitamente più alto) un dato fondamentale.
E’ il fatto di riconoscere che la letteratura e la lingua italiana hanno sì alla base il miracolo di Dante e Petrarca, nato nella poesia, di un dialetto fiorentino municipale che viene elevato a lingua nazionale. E che quella italiana – detto fra parentesi – è l’unica lingua occidentale a fondarsi su un miracolo di questo tipo. Ma nella realtà, e fino al ‘900, la popolazione italiana è in grandissima parte analfabeta e parla i diversi dialetti: uno per ogni città, uno per ogni municipio verrebbe da dire.
Meneghello capisce profondamente questo dato storico e sociale e lo porta al massimo livello nella scrittura. Porta quindi l’oralità, il parlato, la naturalità e anche l’affabilità del dire dentro una scrittura di straordinaria ricchezza, capace di inflessioni, di umoralità, di gestualità, di finezza. Quest’operazione ha luogo mediante un intreccio continuo e un continuo lavoro di impasto che si compie davanti ai nostri occhi.
E allora che cos’è “Libera nos a Malo”? Un poema? Certamente è un libro che abbatte la barriera fra prosa e poesia: ma la rompe ancora una volta a modo suo, non alla maniera delle neoavanguardie, con frasi vagamente in libertà che dovrebbero segnare la liberazione dalle strutture sintattiche. Però abbatte anche la barriera fra narrativa e saggistica, perché – così come “I piccoli maestri” – anche “Libera nos a Malo” è un libro di grande riflessione.
Meneghello ha poi continuato a lavorare su questi due capolavori del 1963 e del ‘64 riscrivendoli e limandoli. Così “I piccoli maestri” è davvero un cantiere, un’officina aperta davanti ai nostri occhi; però è soprattutto un grandissimo libro, che i miei studenti – questi studenti di oggi, tanto criticati! – hanno amato moltissimo, hanno letto per intero e hanno capito.
Luigi Meneghello è allora il vertice di un’altissima riflessione critica che ha raggiunto il risultato di restituire alla lingua scritta tutta la naturalezza della lingua parlata. Pensate alle straordinarie traduzioni, pubblicate da Rizzoli, che Meneghello affronta direttamente dall’inglese – ma dall’inglese alto, letterario, di Shakespeare per intenderci – in dialetto vicentino. Il passaggio tra Shakespeare e il dialetto è vertiginoso: un’operazione critica e poetica di altissima gradazione e ad altissimo rischio, ma completamente riuscita.

Concludo semplicemente leggendo una pagina da quei “miracoli” che sono i tre volumi intitolati “Le carte”, pubblicati da Rizzoli tra il 1999 e il 2001, e che ci mostrano come nasceva e si sviluppava l’ispirazione di Luigi Meneghello. Sono cartigli, fogli, pezzi di carta, sui quali scriveva dei pensieri esattamente come delle frasi musicali; poi li ritoccava e li elaborava, facendoli confluire in un insieme più articolato solo quando aveva trovato il respiro giusto. Tutte queste “carte” sono state poi riscritte per la pubblicazione. Nascono però come dei fogli sparsi di viaggio scritti a partire proprio dal 1963-64, i due anni incandescenti della composizione di “Libera nos a Malo” e de “I piccoli maestri”. Ecco quindi un altro lascito prezioso.
Ieri sera, in tutt’altro contesto, ascoltavo un grande ex-comico, che è anche attore di teatro e scrittore notevole e periglioso nei suoi rischi: Alessandro Bergonzoni. Diceva: non riuscirei mai a scrivere un romanzo perché – quando uno deve scrivere qualcosa del tipo “Gisella uscì alle sei per andare a fare la spesa” – la risposta automatica è “ecchissenefrega!”.
Al di là della provocazione di Bergonzoni, Meneghello si era posto un problema teorico non da poco, che a suo tempo impegnò anche Gustave Flaubert; e lo aveva risolto. Non c’è infatti una sua riga, non c’è una sua frase che non sia veramente e pienamente giustificata. Che non sia giustificata dal ritmo, dalla musica, e infine dal fatto che quella frase chiede proprio la nostra voce, la nostra risposta: ci interroga, ci provoca nel profondo della nostra coscienza e della nostra esperienza. Dal fatto che ci riporta a una radice di umanità completamente al di là delle mode, degli stupidari contemporanei, dei riti televisivi; e riconduce anche la letteratura a una necessità profonda di respiro comune e intrecciato.

Leggiamo allora: “Mite, incorrotto, indomabile – è una pagina dell’agosto 1966 – non domandava niente per sé, capiva le arti figurative perché capiva la politica, e la politica perché capiva il mondo bizzarro delle cose private”. Questa, per cominciare, è anche una straordinaria riflessione di Meneghello su se stesso, sul senso dell’essere scrittore nel secondo Novecento. E continua: “Era un circolo di energia vitale, le aorte gettavano un fiotto ricco alle grotte dove si fanno i pensieri, e il mantello corticale spandeva una corrente di impulsi eccitanti”. Usa un paradigma fisiologico: qui c’è tutto l’intellettuale che sta in Inghilterra, a contatto strettissimo – come avviene nelle università inglesi e americane – tra umanisti e scienziati. “Tutto viveva in lui, e anche i suoi difetti parevano sani e degni d’amore”. Poi ancora: “Vedo crearsi grotteschi sistemi di rapporti umani. La gente fa il nido in un particolare sistema, ci si accasa. Simon, battagliero collega di storia delle idee, si attacca a “studenti e studentesse” (antichi avversari nelle guardie di città) con tenacia nervosa, aggressiva, apostolica. Non gli importa istruirli, ciò che vuole è far vibrare in loro le corde della complicità estetica e morale”. Questo è stato anche il mio compito di insegnante da quando debuttai, più di un quarto di secolo fa, in una scuola media della periferia di Modena; e adesso all’università. E’ esattamente questo: non importa né l’ordine né il grado, ma l’insegnante deve far vibrare negli studenti “le corde della complicità estetica e morale”! Sennò ce la raccontiamo, facciamo finta. “Tutto ruota attorno al concetto di maturità. E’ un concetto avvolto nella nebbia: non lo si distingue bene ma tramanda potenti radiazioni termiche. La maturità è tutto! dichiara seduto su una seggiola di metallo e tela in mezzo ai suoi studenti, sul prato qui davanti. Nella buona stagione, appena il sole spia per le fessure dell’armadio del cielo, Simon fa alzare la classe, e si avvia. Tutti lo seguono per scale e corridoi, alcuni trascinano seggiole metalliche. Escono sul prato, lui si asside nel mezzo, i giovani attorno in semicerchio, parte sulle seggiole, parte seduti sull’erba”. Sentite adesso come Meneghello stravolge e capovolge l’Arcadia: come potrebbe fare un poeta che vive a pochi chilometri da lui, Andrea Zanzotto. “Si distinguono i riflessi lontani, fulgenti, di un sogno di perfezione arcadica: l’erba, i grandi faggi ombrosi, il flauto di Simon, le pastorelle in cerchio… E’ tutto make-believe, un modo di far finta, una mistura di illusione e simulazione; ma è chiaro che così funziona la natura umana: dietro alle cose reali ci sono cose immaginarie la cui presa sull’animo della gente è irresistibile” (da “Le carte”, vol. I, 1966, pag. 276-77). Questi sono i libri di Luigi Meneghello!

Alberto Bertoni
(testo raccolto da Alberto Pesenti Palvis)