“Forse Meneghello è scrittore
più complicato di quanto abbiano compreso, in genere,
i suoi critici, del resto troppo polarizzati verso il suo lato
malense e dialettale, o metadialettale. E’ un uomo, tanto
per cominciare da questo, di tre lingue, e patrie, che non si
lasciano in alcun modo ridurre – nel senso matematico – l’una
all’altra…” – ha scritto il critico
Pier Vincenzo Mengaldo nell’introduzione al secondo volume
delle “Opere” edito da Rizzoli, facendo capire come
le sue tre lingue e patrie – il paese natale; il Veneto,
che è come dire l’Italia; infine l’Inghilterra;
ciascuna con i rispettivi idiomi – sono legate da un rapporto
di tipo geometrico, come i tre angoli di un triangolo, tre punti
successivi di una linea, o ancora tre strati che si sovrappongono
con ordine non prestabilito.
Narratore arguto e pungente, puntiglioso studioso della lingua,
raffinato intellettuale a tutto tondo, Luigi Meneghello è scrittore
anomalo, difficile da catalogare, lontano com’è – e
come s’è sempre tenuto – dalle “scuole” più in
voga, dal neorealismo come dalle avanguardie. Approdato alla
scrittura letteraria intorno ai quarant’anni – anche
se, com’è noto, l’idea e la stesura stessa
di molte parti di “Libera nos a malo” e de “I
piccoli maestri” risalgono agli anni ’40 – Meneghello
ha licenziato la maggior parte dei suoi lavori che si possono
definire “di narrativa” (ma la distinzione tra “narrativa” e “saggistica” assume,
nel suo caso, un valore molto relativo) mentre era professore
di cose italiane alla britannica Università di Reading,
nella valle del Tamigi.
Le tre componenti esistenziali – che si possono compendiare
nelle lingue e nelle patrie – avevano quindi già trovato
modo in lui non solo di consolidarsi, ma di interagire efficacemente.
Non è quindi casuale se la varietà dei ricordi
e la complessità delle esperienze ritrovano nella pagina
scritta la loro unità, segnata anzitutto dalla naturalezza
e fluidità del raccontare, dai toni distesi e colloquiali,
dal rapporto riflessivo tra passato e presente, tra memoria e
nostalgia. Un fine linguista come Giulio Lepschy – per
molti anni collega di Meneghello a Reading – ha potuto
sentenziare che il suo pregio fondamentale come autore stava
nella “perfezione formale” della sua prosa, che lo
accomunava non tanto ai saggisti che frequentava e amava, né alla
gran parte dei narratori contemporanei, ma piuttosto ai “grandi” della
letteratura italiana.
Nella bella edizione Rizzoli delle “Opere” la produzione
di Luigi Meneghello viene ripartita in due volumi, incentrato
l’uno sul mondo e la lingua di Malo (“Libera nos
a malo”, “Pomo pero” e in generale gli scritti
sul dialetto), l’altro sul Meneghello – per così dire – “pedagogico” e “civile”,
che racconta le tappe della sua formazione nella scuola di impronta
fascista, l’esperienza della Resistenza e i mesi dell’immediato
dopoguerra (“I piccoli maestri”, “Fiori italiani” e “Bau-sète”).
Da questi volumi rimane invece esclusa la lunga esperienza oltremanica,
cui Meneghello ha accennato soprattutto ne “Il dispatrio”:
meno feconda dal punto di vista della materia narrativa, ma imprescindibile
punto di osservazione dal quale l’Autore ha potuto rivisitare
un passato densissimo di esperienze, suoni, colori, di cose fatte,
dette e viste.
Parte dell’originalità di Meneghello nel panorama
italiano – al di là della vicenda biografica – consiste
nell’avere assimilato della cultura anglosassone quei valori
di chiarezza e concisione, di sobria attinenza ai fatti, di antiretorica,
che nel loro complementare antagonismo hanno integrato la sua
formazione classicistica (a proposito della quale ricordava come “in
generale non si era nutriti di cose, ma di parole sulle cose”…).
Altro aspetto originale è la singolare disposizione di
Meneghello a costruire, tassello dopo tassello, accostando fatti
e reminiscenze, l’eccezionale “autobiografia di un
italiano”, sia pure tutt’altro che “medio”.
Tuttavia – è ancora una notazione di Mengaldo – il
rilievo esteriore dato all’autobiografia non deve fare
dimenticare quanto Meneghello sia uno scrittore d’invenzione,
non solo linguistica ma “romanzesca”. In questo senso
la sua attitudine consiste in una personale variazione della
comune disposizione al raccontare: quella di richiamare attraverso
l’autobiografia, associare fra loro e insieme oggettivare
tutta una serie di ricordi, fatti, suggestioni, inserendo la
testimonianza “privata” in un contesto sociale pur
minimo, inquadrandola nell’alveo del costume, sottolineandone
il conformismo o l’originalità. Se ne “I piccoli
maestri” la coralità della vicenda è in qualche
misura corollario dello svolgimento stesso della trama, nel romanzo
d’esordio “Libera nos a malo” Meneghello deliberatamente
compie l’operazione di cercare il proprio sé bambino
fin dentro la rete dei suoi rapporti amicali, di cogliere i legami
organici fra famiglie, modi di vita, classi sociali, senza fare
né sterile autobiografismo né, di converso, arida
storia locale.
Nell’introduzione al primo volume delle “Opere” già citate,
Cesare Segre annota: “Quando Meneghello cerca di ordinare
secondo una pur sbrigliata cronologia le sue memorie, intervengono
le associazioni, quasi sempre legate a elementi di carattere
linguistico”. E’ l’indicazione di un procedimento
pressoché costante: Meneghello evita di affidarsi alle
rievocazioni di ampio respiro, al racconto di una storia ripercorsa
per filo e per segno, alle lunghe e canoniche descrizioni che
partono dall’insieme per focalizzarsi sui dettagli; ma
applica piuttosto una tecnica del frammento e del particolare
rivelatore, suscitatore di altri particolari e di altri ricordi,
capace di dilatarsi via via nei significati fino a evocare un
mondo compiuto.
Non è però scontato che la materia tanto faticosamente
emersa si possa narrare con tanta immediatezza e semplicità,
senza ulteriori mediazioni né interferenze temporali.
Talvolta – dirà Meneghello stesso – “per
capire le cose bisogna aspettare le parole che le spiegano”.
La sua convinzione è che quanto più, scavando nella
miniera del linguaggio, si trovano parole precise, circostanziate,
esatte nel suono e nel significato, corrispondenti al “vero”,
tanto più queste diventano capaci di attingere al nucleo
profondo delle cose stesse, dell’esperienza, della vita.
E’ a questo livello che si pone per Meneghello il problema
dell’uso letterario della lingua, sia essa il dialetto
alto-vicentino, la “lingua di Malo”, sia l’inglese
con il suo contributo di tagliente chiarezza e concisione, siano
i mille registri dell’italiano parlato nei diversi contesti
e dalle varie classi sociali. Ecco che alla mescolanza talvolta
ardua e sorprendente – l’elemento che più colpisce
chi legge “Libera nos a malo” – di italiano
(la lingua scritta e codificata), dialetto alto-vicentino (la
lingua nativa, solo parlata) e perfino inglese (la lingua appresa),
si affiancano ne “I piccoli maestri” un meno vistoso “plurilinguismo” dato
da un italiano capace di attingere tutti i livelli colloquiali
e testuali possibili, e poi ancora – nei romanzi successivi – altri
e più distaccati registri, che rivisitano i codici linguistici
dietro lo schermo dell’umorismo e dell’ironia.
Così il mondo poetico di Meneghello rivela la sua verità narrativa
nella misura in cui riesce non soltanto – attraverso i
percorsi della filologia e le imprevedibili combinazioni della
memoria – ad aderire all’autenticità della
lingua nativa e di quelle acquisite, ma anche a “trasportarle” in
una trama linguistica, a rivisitarle come lingua letteraria.
Sono questi i mezzi con i quali a Meneghello riesce di far rivivere
mondi passati, e tra gli altri quella fantastica Malo della memoria – il
paese “dove si parla una lingua che non si scrive” – e
a renderla intelligibile e godibile anche a chi non è vicentino
e neppure veneto.
Scrittore inizialmente sottovalutato al di fuori dell’ambiente
veneto – nonostante l’interesse con cui alcuni critici
avevano da subito accolto “Libera nos a malo”, definito “un
caso letterario” o “il libro più importante
del 1963” – Luigi Meneghello ha visto una decisa
e generale rivalutazione della sua opera in anni relativamente
recenti.
Lo spartiacque può forse essere collocato al 1986, nel
momento in cui la grande filologa Maria Corti s’era augurata,
lanciando una sorta di “appello” sulla rivista “Alfabeta”,
che l’opera di Meneghello venisse ristampata “almeno
nei tascabili”. Appello accolto, e non solo a livello di
ristampe, se si tengono presenti non solo le edizioni recenti
dei romanzi ma anche l’attenzione che, negli ultimi anni,
viene riservata dalla critica e dal mondo giornalistico a ogni
uscita di Meneghello, anche se “minore” per proporzioni
e ambizioni. Così è stato anche per l’ultima
sua fatica, “Trapianti”, giudicata non solo come
un raffinato esercizio di traduzione dall’inglese al vicentino,
ma come un piccolo gioiello di sapienza linguistica e di gusto
letterario.
Se appare come un dato consolidato che l’attenzione della
critica – e sicuramente l’ospitalità oggi
riservata a Meneghello dalle maggiori storie letterarie – sia
dovuta soprattutto all’originalità del suo romanzo
d’esordio, non sorprendono più le valutazioni estremamente
positive anche a proposito di opere annoverate al meno acclamato
Meneghello “pedagogico” e “civile”. Tra
questi giudizi, quello formulato da Fernando Bandini ne “L’Indice
dei libri del mese” ai tempi dell’uscita di “Bau-sète”: “Meneghello è senz’altro
l’unico scrittore, oggi in Italia, che sappia accompagnare
l’impegno letterario e una scrittura sperimentale alla
capacità di divertire qualsiasi tipo di lettore”.