Riproduciamo la parte biografica della
sintetica scheda dedicata a Franco Loi nell’importante antologia La poesia in dialetto.
Storia e testi dalle origini al Novecento, 3 tomi, a cura di
Franco Brevini, "I meridiani" Mondadori, Milano 1999,
t. III, pag. 4296.
Franco Loi è nato a Genova nel 1930 e si è trasferito
a Milano nel 1937, vivendo nel quartiere popolare del Casoretto
le esperienze della guerra e della Resistenza. Appassionata è stata
nel dopoguerra la sua attività politica nella sinistra.
Ha svolto vari lavori presso le ferrovie, l’ufficio pubblicità della
Rinascente e l’ufficio stampa della Mondadori. Dai primi
anni Ottanta ha intensificato la sua attività di collaboratore
ai giornali (soprattutto al supplemento culturale del "Sole-24Ore"),
moltiplicando pubbliche letture e interventi sulla poesia dialettale,
di cui è divenuto autorevole promotore.
Ha scritto i suoi primi testi nel 1965, pubblicandone una scelta
su "Nuovi argomenti", 22, aprile-giugno 1971.
I suoi numerosi volumi di poesia sono: I cart, galleria Trentadue,
Milano 1973; Poesie d’amore, Il Ponte, Firenze 1974; Stròlegh,
introduzione di F. Fortini, Einaudi, Torino 1975; Teater, ivi
1978; L’angel, prefazione di F. Brevini, San Marco dei
Giustiniani, Genova 1981; L’aria, Einaudi, Torino 1981;
Lünn, Il Ponte, Firenze 1982; Bach, Scheiwiller, Milano
1986; Liber, nota di C. Segre, Garzanti, Milano 1988; Memoria,
prefazione di G. Tesio, Boetti & C., Mondovì 1991;
Poesie. Antologia personale, introduzione di F. De Faveri, Fondazione
Piazzola, Roma 1992; Umber, introduzione di R. Luperini, Manni,
Lecce 1992; L’angel, Mondadori, Milano 1994; Arbur, Moretti
e Vitali, Bergamo 1994.
In seguito Loi ha pubblicato i seguenti altri volumi di poesia:
Verna, risvolto di D. Attanasio, Empiria, Roma 1997; Album
di famiglia, introduzione di B. Malacrida, Lietocollelibri, Falloppio
(CO)1998; Amur del temp, Crocetti editore, Milano 1999; Isman,
Einaudi, Torino 2002.
Franco Loi: alcuni cenni biografici
"La personalità poetica più potente degli
ultimi anni", lo definiva già dopo le prime prove
il critico Vittorio Mengaldo nella presentazione scritta per
l’antologia di Mondadori Poeti italiani del Novecento.
Quella di Franco Loi è una figura anomala nel panorama
letterario italiano, non tanto per la scelta dei temi o il suo
percorso d’autore, ma sicuramente per l’impatto della
sua scelta linguistica, quel personalissimo dialetto milanese
che ne caratterizza quasi tutta la produzione letteraria, con
la sola eccezione di pochi testi teatrali o critici pubblicati
in lingua.
Franco Loi è nato a Genova nel 1930, da padre sardo e
madre parmense, ma fin dal 1937 s’è trasferito a
Milano al seguito della sua famiglia, diventando milanese d’adozione
e legando il suo mondo poetico alla metropoli dove ancor oggi
abita e lavora. Dopo aver vissuto nel quartiere popolare del
Casoretto le esperienze della guerra e della Resistenza, nel
dopoguerra Loi iniziava un’attiva militanza politica nel
PCI, partito dal quale si distaccò nel ’62 pur rimanendo
sempre legato alla sinistra. In quegli anni, diplomatosi ragioniere,
ha svolto anche una normale attività professionale nelle
Ferrovie dello Stato, per la pubblicità e le relazioni
pubbliche della Rinascente e infine nell’ufficio stampa
della Mondadori.
La vocazione letteraria di Loi s’è rivelata a un’età che
si può definire "matura": pubblicò infatti
i suoi primi testi poetici nel 1971 sulla rivista "Nuovi
argomenti", anche se già dal 1965 aveva iniziato
a fissare sulla pagina esperienze, visioni, riflessioni ad alta
voce. Nel 1973 usciva la prima raccolta, I cart, seguita nello
stesso anno, per "Almanacco dello Specchio", da parti
del poemetto Stròlegh; quindi da Poesie d’amore (1974) e dai poemetti Stròlegh (1975) e Teater (1978).
Del 1981 era L’angel, una pseudo-autobiografia concepita
da Franco Loi come una sorta di poema epico, nelle cui pagine
scorrevano cinquant’anni di storia italiana e le vicende
di un’intera generazione. Accolto con molto favore dalla
critica, L’angel era un testo ambizioso e denso, punteggiato
da puntigliose e ricchissime note che ridisegnavano una "geografia
della memoria" tutta milanese e facevano letteralmente
rivivere i personaggi che la popolavano. Il plurilinguismo dialettale
(Loi compose ventotto capitoli in milanese, ventuno in genovese,
due in colornese) che lo contraddistingueva era motivato – oltre
che con la caratterizzazione dei luoghi biografici attraverso
le lingue che li evocavano – con l’esigenza di distinguere
i momenti lirici da quelli più riflessivi, il tempo del
ricordo da quello del giudizio.
Di lì a pochi anni uscivano L’aria (1981), Lűnn (1982), Bach (1986), e quindi Liber (1988), un altro testo forte
e complesso per il quale Loi venne insignito nel 1990 del Premio
Nonino Risit d’Âur, attribuito da una prestigiosa
giuria internazionale, oggi presieduta da Claudio Magris, con
lo scopo di segnalare l’opera letteraria di grandi autori
attenti alle tematiche e ai valori della civiltà contadina.
In questa raccolta poetica dalla serrata organizzazione interna
Loi, intrecciando motivi esistenziali e temi politici, raccontava
senza compiacimenti e facili assoluzioni la parabola di una generazione
incapace di dare senso e spessore alla propria rabbia, e inevitabilmente
dispersasi tra marginalità e ribellione.
Negli anni successivi venivano date alle stampe Memoria (1991),
Poesie (1992), Umber (1992), l’edizione mondadoriana de
L’angel (1994), Arbur (1994), Verna (1997), Album
di famiglia (1998), Amur del temp (1999) e la più recente Isman (2002).
Che quella di Loi sia sì poesia in dialetto, ma prima
di tutto poesia nel senso più pieno del termine, l’hanno
decretato non solo le traduzioni delle sue raccolte realizzate
in molti Paesi europei e negli Stati Uniti, ma anche i tanti
critici – Franco Brevini, Franco Fortini, Dante Isella,
Cesare Segre e numerosi altri – che hanno esplorato la
complessità del suo comporre e definito il senso di questa
sua scelta linguistica.
Il magmatico, eterogeneo materiale fatto di osservazioni, stati
d’animo, esperienze che costituisce l’impasto dei
suoi testi poetici viene infatti trasfigurato da Loi in una lingua
che è indiscutibilmente milanese, ma lo è in un
modo del tutto peculiare. Quello di Franco Loi non è il
dialetto meneghino della tradizione, l’orgogliosa cifra
distintiva di chi si sente milanese da un numero indefinito di
generazioni, ma piuttosto un idioma nato dalla mescolanza della
lingua del proletariato locale con quella dei "nuovi venuti" arrivati
dalla campagna lombarda e da altre regioni. Una lingua che il
poeta, sempre ai suoi fini artistici, carica di spessore vernacolare,
struttura in una sintassi a volte concitata, arricchisce di idioletti
ed espressioni gergali, e in generale contamina nei modi più vari,
anche con lingue straniere, con il latino e con un italiano aulico
e libresco. Ecco ottenuta la sua "miscela esplosiva":
un idioma piegato da Loi alle sue personalissime esigenze espressive,
che fin dall’inizio apparivano quasi straripanti rispetto
alle possibilità offerte dallo strumento.
Con queste premesse è chiaro come il dialetto non abbia
mai rappresentato per Loi la lingua materna, con i risvolti lirici
e nostalgici che un’opzione del genere poteva implicare,
ma in ogni caso una scelta letteraria, la conquista di una maturità e
di una coscienza morale e politica che si potevano incarnare
soltanto in una lingua meno "compromessa" e corrotta
di quanto appariva un italiano in vertiginosa trasformazione.
Nello scegliere "quel" milanese Loi ne ha fatto il
simbolo della condizione subordinata di un’intera, composita
classe sociale alla quale si sentiva legato nell’aspirazione
a una redenzione esistenziale e civile: una speranza alimentata
seguendo le promesse – a volte divaricate, a volte inaspettatamente
convergenti – delle grandi utopie civili e di una naturale
religiosità, di un marxismo molto poco ortodosso e di
un sentire libertario dalle coloriture anarchiche.
Il poeta e critico urbinate Umberto Piersanti ha definito Loi "il
grande cantore della Milano popolana del dopoguerra". Una
definizione con la quale non è difficile concordare, pensando
agli scorci e ai "brandelli di vita" catturati nelle
sue pagine e alle esistenze dolenti e marginali alle quali Loi
ha dato voce. Sarebbe però una visione parziale se ad
essa non si accompagnasse, inscindibilmente legata, la dimensione "colta":
una componente che si esprime nella padronanza delle tecniche
e dei procedimenti espressivi, nella ricchezza e coloritura di
una lingua vorace dei contesti, degli ambienti, dei linguaggi
più diversi, nella varietà delle esperienze poetiche
e delle suggestioni letterarie che Loi ha raccolto e padroneggiato
nei modi più vari: sia con le "versioni" in
milanese di classici quali Orazio e Calderòn de La Barca,
sia cimentandosi con le traduzioni di grandi poeti in dialetto
come Teofilo Folengo e Delio Tessa.
Sempre legata a questa dimensione "colta" dell’esperienza
artistica di Loi, espressione di una personalità completa
di letterato e studioso, è la riflessione che parallelamente
egli ha condotto sulle forme e i modi della poesia, attraverso
le diverse prefazioni scritte in questi anni a libri di giovani
autori, le interviste concesse, i saggi su Dante, Giacomo Noventa,
Clemente Rebora: testimonianze raccolte per esempio nel libro
Diario Breve. Scritti sulla poesia e sulla letteratura (1995)
o in La lingua della poesia (1995), risultato di una conversazione
tenuta proprio a Bergamo. Di recente, a quattro mani con il poeta
Davide Rondoni, Loi ha curato un’ampia antologia del panorama
nazionale contemporaneo dal titolo Il pensiero dominante. Poesia
italiana 1970-2000 (2001).
Dai primi anni ’80 Franco Loi ha iniziato un’attività giornalistica
piuttosto regolare e intensa, moltiplicando anche pubbliche letture
e interventi sulla poesia dialettale, di cui è divenuto
autorevole promotore. Chi ha assistito a queste sue autentiche "performance" ricorda
non solo il carisma personale di Loi, ma soprattutto le capacità di
coinvolgimento, di interazione con il pubblico e il senso di
autenticità e di "vissuto" scaturito dalle
sue letture poetiche, che lo hanno visto più volte di
scena a Bergamo: come quando, ospite della nostra Università degli
Studi, ha presentato L’angel o quando, qualche tempo dopo,
ha accompagnato alla libreria "Rinascita" l’uscita
del suo Arbur.
A.P.P.