Pubblichiamo un’intervista a Lucio Klobas,
a cura del nostro collaboratore e pubblicista Alberto Pesenti
Palvis, su Alfredo Giuliani scomparso il 20 agosto scorso.
Critico e poeta ha fatto parte del Comitato Scientifico del
Premio Narrativa fin dal 1985.
Il rammarico per la perdita di un così valido e prezioso
collaboratore del Premio si unisce al rimpianto per l’uomo
di cultura che ha lasciato un segno così lieve e insieme
così profondo nel panorama nazionale".
Bergamo, 26 settembre 2007
Lucio Klobas ricorda il poeta e critico Alfredo Giuliani,
da poco scomparso
LA MORTE “NON L’HA ANCORA CONVINTO”
Nel salotto di
casa Klobas, i libri di Alfredo Giuliani formano una
piccola montagna sul tavolino. Lucio Klobas è lo
scrittore istriano che coinvolse il poeta e critico romano,
nato a Mombaroccio (PU) nel 1924 e scomparso lo scorso
20 agosto, nell’avventura del Premio Nazionale
di Narrativa Bergamo.
Tutti i volumi accatastati – le raccolte di poesia
dagli anni ’60 fino all’ultima “Poetrix
Bazaar” (2003) e all’antologia “Furia
serena” (2004); il romanzo sui generis “Il
giovane Max” (1972); “Le droghe di Marsiglia” (1977),
uno dei suoi volumi di saggi – portano una dedica
originale, a volte bizzarra. Sul frontespizio della storica
antologia “I novissimi: poesie per gli anni ‘60” (della
quale – oltre a comparire come autore con Nanni
Balestrini, Elio Pagliarani, Antonio Porta ed Edoardo
Sanguineti – Giuliani fu curatore) si legge la
data fatidica del 1 gennaio 2001 e una scritta: “A
Lucio Klobas, dallo spazio. Bologna, Costellazione dei
Pesci”.
“Rileggerla ora mette i brividi” – commenta
il destinatario. “Giuliani è stato prima
di tutto un amico e un maestro. E adesso vorrei ricordarlo
usando due sue frasi. Al verso citato da Paolo Mauri
nell’articolo del 21 agosto su “Repubblica” – “Non
mi piace molto di niente” – aggiungo un pensiero
da “Il giovane Max”, che da solo forma un
intero capitolo: “A me la morte non m’ha
ancora convinto”....
Allora è veritiera quell’immagine di “moschettiere
della giocosa avanguardia”, che lo stesso Giuliani
coltivava?
“A lui piaceva l’idea del poeta-clown che
con il sorriso sulle labbra ti dice cose assai pungenti.
Però – fin dai tempi de “I novissimi” e
dell’esperienza immediatamente successiva, il “Gruppo
63” – ha sempre considerato l’avanguardia
come un gioco molto serio.
Molti misero allora in dubbio la genuinità di
questa “cricca romana” (che Giuliani formava
con Alberto Arbasino, Angelo Guglielmi, Luigi Malerba,
Giorgio Manganelli e parecchi altri), venuta dopo la
grande avanguardia europea di Ezra Pound e Thomas Eliot,
e che a sua volta sembrava prendere a modello i tedeschi – Heinrich
Böll, Günter Grass e altri – di “Gruppo
47”.
Ma il “gioco” non era fine a se stesso: doveva
portare a un rinnovamento del linguaggio sulla base degli
apporti della psicoanalisi, dell’antropologia,
delle scienze in genere; e a un salutare ridimensionamento
dell’io poetico. Basta insomma con i vari “io
ti amo”, “io vorrei...”; basta con
il soggettivismo arbitrario! Non c’era più un “io” che
si installava al centro del mondo, ma un universo linguistico
che di volta in volta poteva essere plasmato e coniugato
in vari modi. E Giuliani era il teorico del gruppo, il
più preparato anche a livello filosofico”.
Ma si è trattato di un movimento
con tutti i crismi?
“La sostanza c’era tutta, tanto che nel passaggio
dai “novissimi” al “Gruppo 63” uscirono
allo scoperto le due anime del gruppo: una, per così dire,
linguistica e una più politica. Giuliani abbracciò subito
e senza esitazioni la “corrente linguistica”:
sosteneva che la società andava sì rigenerata,
ma dall’interno, mediante un uso particolarmente
incisivo – violento, sferzante se necessario – della
scrittura. Anche Guglielmi era dalla sua parte, mentre
i più estremisti – Balestrini, Renato Barilli,
Sanguineti – sostenevano invece la necessità di
un impegno politico diretto.
Intorno al ’68 lo scontro si fece molto aspro.
Giuliani lasciò la direzione di “Quindici”,
il periodico Feltrinelli che faceva riferimento al gruppo:
e che cessò le pubblicazioni dopo un breve tentativo
di continuare come rivista politica”.
Che idea aveva Giuliani della poesia?
“Ricordo la risposta che diede anni fa nel corso
di una serata in suo onore, quando un tale dal pubblico
gli chiese – più o meno – “come
nasceva una poesia”. Era una domanda colossale,
impossibile da rintuzzare su due piedi! Senza scomporsi,
Giuliani rispose che – prima di “buttar giù” parole
più o meno a caso (penso a Dylan Thomas, che apriva
il dizionario, faceva cadere la penna su una voce e da
quella cominciava...) – la poesia andava “progettata” esattamente
come si progettano una casa o un’automobile. In
partenza dovevi avere un’idea – magari minima – un
nucleo linguistico, un’emozione, una percezione
particolare, e da lì costruire un percorso. Anche “a
freddo” – sosteneva – si potevano scrivere
cose alte, anzi per certi versi era meglio: solo che
dovevano uscire talmente bene da non sembrare scritte
a freddo. L’ispirazione, la famosa “scintilla”?
Per lui erano sciocchezze”.
Una concezione molto legata all’“avanguardia” e
forse anche ai tempi...
“Anche Giuseppe Pontiggia la pensava così,
quando – parlando del suo “metodo di scrittura” – partiva
dal famoso detto “cavare un ragno dal buco”.
Nel senso però che il buco era per lui l’inizio
di tutto: come a dire che “hai già il buco”,
che un contenitore per quanto minuscolo c’è,
e adesso tocca a te lavorarci intorno, estrarre parola
per parola.
Però un punto di partenza bisogna trovarlo! Possiamo
ridimensionarlo, arretrarlo il più possibile:
però quel momento – lo sanno bene tutti
gli scrittori – è imprevedibile, incontrollabile, è la
scintilla che arriva inattesa dopo giorni interi passati
su una pagina o su un problema. Il momento magico, creativo,
vale per il poeta come per lo scienziato: è sempre
un’intuizione che non controlli. Poi, se hai esperienza
e mestiere, impari a riconoscerla e allora ha meno probabilità di
sfuggirti”.
Quali erano i riferimenti letterari di Giuliani?
“Erano numerosi, ma si restringono molto se ci si limita a coloro per
i quali – come per lui – il linguaggio era il centro della creazione
artistica. Sotto questo aspetto, l’ideale di Giuliani non poteva che
essere un autore come Carlo Emilio Gadda. Gli metterei a fianco Alfred Jarry,
inventore dell’epopea di Ubu e di quella fortunata disciplina pseudoscientifica
che si chiama “patafisica”. In poesia – oltre a Eugenio Montale
e a Giuseppe Ungaretti – amava Dylan Thomas e specialmente Emily Dickinson:
ricordo che al telefono era solito citarmene a memoria i versi, in inglese,
facendomi rimediare delle figuracce!”.
La sua poesia si è evoluta nel tempo?
“Un’evoluzione c’è stata. Nelle sue prime prove (“Il
cuore zoppo” del 1955, “Povera Juliet e altre poesie” del
1965, “Il tautofono” del 1969), Giuliani era molto vicino alla
poesia pura: piena magari di riferimenti sociali però rigorosa, caratterizzata
da un’intensa ricerca linguistica e lessicale. Gli ultimi testi (“Ebbrezza
di placamenti” del 1993 e “Poetrix Bazaar”) oscillano invece
tra un “lasciatemi divertire” piuttosto beffardo, un po’ alla
Palazzeschi, e la ricerca di un taglio più filosofico. Però il “lasciatemi
divertire” rimane secondo me prevalente”.
Che cosa rimarrà di tutta la sua produzione?
“Giuliani è già nella storia della letteratura italiana,
e non solo della poesia: anche se sono sicuro che verrà ricordato specialmente
come poeta. La partecipazione ai “novissimi” e al “Gruppo
63” gli valgono come un’assicurazione sulla fortuna critica, perché nessuna
antologia degna di questo nome potrà ignorare questo passaggio. Anche
Mauri – in un passaggio del suo articolo su “Repubblica” – ammette
che “I novissimi” sono stati una bibbia, un punto di riferimento
del ‘900 per quanto riguarda la poesia: e non solo in Italia, visto che
il libro è stato tradotto negli Stati Uniti. La parte più caduca è invece
quella degli articoli critici, delle recensioni: ma è inevitabile, perché – venuto
meno il richiamo dell’attualità – questo genere di produzione
interessa quasi soltanto lo studioso...”.
Come è arrivato al Premio Bergamo?
“L’ho chiamato io, proponendogli di far parte del comitato scientifico
insieme con Manganelli, con Pontiggia e con me. Ha accettato subito, di buon
grado, e ne è uscita una cosa interessante perché fin dalla prima
edizione, nel 1985, avevamo formato una giuria di persone che avevano poco
o niente a che spartire con le beghe dei premi letterari. Poter dire “in
giuria c’è anche Giuliani” ha aperto al Premio di Narrativa
molte porte.
Lui ha sempre partecipato con entusiasmo, e nel corso
degli anni ha segnalato come finalisti autori come Roberto
Pazzi, Ermanno Cavazzoni, Michele Mari, Marin Mincu,
Santo Piazzese: che non solo hanno poi vinto il Premio
Bergamo, ma si sono affermati nel panorama nazionale
per significato e originalità. Del resto, Giuliani
era il critico più prestigioso di “Repubblica” e
tutti i testi importanti passavano tra le sue mani. Gli
bastava “annusarli” per capirne il valore.
Quando si trattava di scegliere la cinquina, tra noi
iniziavano lunghe telefonate nel corso delle quali si
passavano in rassegna i possibili candidati. Lui manteneva
sempre un certo distacco “accademico”, limitandosi
a indicare uno o più titoli preferiti. Per esempio
non telefonava mai al prescelto: ero magari io a fargli
presente che era stato proposto da Giuliani. E lui: “Ah
Giuliani, che bello, che onore...”.
Ma Giuliani era più poeta o più critico?
“Se vogliamo metterla così, con un’alternativa secca, era
più poeta. Aveva però anche quella grandissima cultura che gli
permetteva di spaziare nella filosofia e nella prosa, unita a un senso critico
formidabile. Le sue recensioni su “Repubblica” erano veri e propri
saggi che occupavano anche due pagine, ed erano sempre molto “sofferte”.
Quando doveva scrivere un articolo importante si chiudeva in casa per giorni
a studiare; era nervosissimo, continuava a girare attorno al tavolo finche
finalmente non si sedeva e lo “buttava giù”. Ecco perché Giuliani
non pubblicava molto. Per lui scrivere era faticosissimo, e tutto quello che
pubblicava – torniamo al discorso della “progettazione” – era
ponderato meticolosamente. Un grande perfezionista, che non si concedeva e
non sopportava errori.
Giuliani ha insegnato a lungo storia della letteratura
moderna e contemporanea all’Università di
Chieti e posso assicurare che – nonostante l’impressione
un po’ svagata che poteva dare – era un professore
puntuale e rigoroso. Non è mai stato un vero e
proprio “caposcuola”, forse perché non
gli interessava allevare una nidiata di allievi devoti
e ossequiosi. Però è stato proprio lui
a incoraggiarmi a cimentarmi come critico, e ogni volta
che usciva un mio articolo sul “Corriere” telefonava
per discutere i miei giudizi e le mie posizioni: “Bene
bene, però qui avresti potuto...”. Era contento
dei miei progressi, mi seguiva da vicino, e lo considero
veramente il mio maestro nel senso classico della parola”.
Dalla pila sul tavolino Klobas prende “Ebbrezza
di placamenti” e ne scorre qualche pagina sottolineando
la leggerezza della vena poetica di Giuliani, la sua
capacità di alternare con equilibrio delicatezza
e invettiva. “Provava grande piacere – ricorda – nell’imbastire
vertiginosi giochi linguistici e soprattutto nel creare
neologismi. A volte – continua Klobas – inventava
lì per lì parole che poi mi “regalava” per
telefono e io naturalmente annotavo. Per esempio “spallidire”:
secondo me è bellissima, perché non è il
verbo di uno che diventa pallido e basta, ma di qualcuno
che perde colore e consistenza, impalpabilmente, prima
di sparire”.
Alberto Pesenti Palvis